Nelle mani delle donne. Nutrire, guarire, avvelenare dal medioevo a oggi

“Lo scopo della mia analisi si può riassumere così: voglio raccontare, soprattutto a quante giovani donne impegnate in diversi ambiti lavorativi amano cucinare e lo fanno con maestria, mangiano di gusto e non si pongono, progettando una maternità, il problema dell’allattamento, come sono andate le cose fino a non molto tempo fa. […] Soprattutto perché abbiano materia su cui riflettere a proposito di quanto è naturale e quanto invece socialmente costruito (dagli uomini ma anche dalle donne), ora perpetuando limitazioni e tenendo in vita pregiudizi e luoghi comuni duri a morire, ora introducendo opportunità prima assenti”.

Ripercorrere i secoli per ricostruire il rapporto che ha legato donne e cibo nella storia è quanto si propone la storica Maria Giuseppina Muzzarelli in questo volume, che riflette sull’universo femminile attraverso la sfera della preparazione, somministrazione, ma anche rifiuto, del cibo come elemento di definizione dell’identità di genere, molto spesso frutto però di costruzioni culturali (maschili ma non solo).
In particolare, vengono indagati quattro percorsi principali per ricostruire le relazioni tra donne e cibo, mettendo in luce di volta in volta elementi naturali e distorsioni di origine culturale, sia attraverso l’intervento di padri e mariti preposti a una funzione educativa e di controllo, sia attraverso la mediazione di fonti letterarie, testi sacri, trattati di precettistica varia. Soprattutto viene alla luce come la “cucina” fosse in pratica l’unico ambito della casa in cui alle donne fosse concessa una certa libertà di movimento, di cui approfittare per tentare di intervenire e affermare la propria autonomia di azione per cercare di influenzare comportamenti, avvicinare o allontanare persone, modificare relazioni.
Alle mani delle donne era affidato innanzitutto l’allattamento: il primo e più naturale dei legami, che vede la madre farsi cibo per il proprio figlio.
Anche in un rapporto come questo, ristretto dalla natura alla coppia madre-figlio, per molti secoli è intervenuta una forte e condizionante partecipazione maschile, con la prassi di affidare i neonati a una balia che li allattasse al posto della madre. Staccare un figlio dal seno della madre, per affidarlo alle cure di un’altra donna che lo avrebbe allattato e custodito nei primi mesi di vita, rappresentava per il marito l’opportunità di riaffermare la propria autorità in un rapporto in cui, invece, dalla natura gli era stato precluso qualunque ruolo. Il marito faceva valere il proprio diritto ai rapporti coniugali con la moglie, che, rinunciando ad allattare il bambino, poteva riprendere in tempi rapidi la propria funzione riproduttiva e, allo stesso tempo, non legarsi troppo al neonato che aveva molte possibilità di non sopravvivere ai primi mesi di vita, viste le altissime le percentuali di mortalità infantile.
Alle mani delle donne era riservato il compito di preparare il cibo per nutrire il nucleo familiare, anche se dovevano assecondare una specifica limitazione legata al cibo, ancora una volta di carattere culturale: quella di non poter mangiare liberamente. Si portavano addosso, infatti, l’eredità della colpa di Eva, che aveva precipitato l’umanità nel peccato per non aver saputo resistere alla tentazione di assaggiare una mela. Per questo motivo alle donne veniva imposto un rigido autocontrollo, almeno in pubblico, nell’assunzione di cibo (e di vino). Le donne educate a mangiare poco offrivano la garanzia di resistere alle lusinghe, anche di altro genere… Continua a leggere

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