Un amore partigiano. Storia di Gianna e Neri, eroi scomodi della Resistenza

ImmagineIl nuovo libro di Mirella Serri ricostruisce la storia d’amore di due partigiani che si intreccia all’ultimo periodo della guerra di liberazione dell’Italia settentrionale dai nazifascisti. I protagonisti andranno incontro a una tragica fine ma la loro vicenda verrà sepolta sotto una pesante coltre di rimozioni, omissioni, omertà…
Il volume, che definiremo romanzo per comodità, ma in realtà è la ricostruzione di una vicenda realmente accaduta, e ripercorsa dall’autrice grazie a testimonianze e ricerche d’archivio, è stato presentato martedì a Roma in libreria, in un incontro a cui hanno partecipato, insieme all’autrice, i giornalisti Maria Latella e Pierluigi Battista.

Maria Latella ha assunto un ruolo, diciamo, da moderatrice presentando il volume appunto come una “cronaca romanzata”, la storia di Gianna e Neri, in cui però si intrecciano gli episodi più bui della nostra storia, molti occultati. Storia di una ventiduenne e del suo amante, capo partigiano, in cui si incrociano gelosie e guerre di potere consumatesi tra la costituzione della Repubblica di Salò e l’episodio di Piazzale Loreto. Storia “romanzata”, nel senso che la penna della scrittrice si inserisce nei punti in cui la cronaca storica per forza di cose è lacunosa o per approfondire alcuni aspetti, dinamiche psicologiche, descrizioni…

Pierluigi Battista, a cui è stato affidato il compito di raccontare in prima battuta il libro, ha esordito sottolineando come in Mirella Serri convivano la studiosa di letteratura e la studiosa di storia. In questo caso la cronaca storica è mascherata da romanzo. Guardando ai precedenti libri della Serri, in particolare Sorvegliati speciali, sugli intellettuali spiati dal regime fascista, e I redenti. Gli intellettuali che vissero due volte (cioè gli intellettuali che avevano aderito al Fascismo e lo avevano sostenuto anche ideologicamente, riuscendo poi, alla caduta del regime, a cancellare completamente questa loro pesante macchia e riaccreditarsi perfettamente presso la comunità) si evince un filo conduttore nella ricerca della scrittrice, che va a mettere a fuoco con particolare propensione episodi “rimossi” della nostra storia, com’è appunto il caso di questo amore partigiano e del triste destino dei protagonisti. Il romanzo potrebbe essere accostato alla produzione di Fenoglio, in cui la rappresentazione della Resistenza e del movimento partigiano non è eroica, mitizzata, ma mira a metterne in luce complessità e contraddizioni. Gianna e Neri sono partigiani che agiscono nella zona tra Como-Lecco e il Lago di Garda. Lui, il capitano “Neri”, carismatico, coraggioso ma molto libero, difficilmente accetta di sottoporsi alla rigida disciplina ideologica del PCI. Molto amato dai compagni partigiani ma odiato dagli altri capi del movimento. Anche Gianna è una militante. Tra i due nasce una storia d’amore, un legame clandestino (Neri era sposato) dentro la lotta clandestina. La libertà mentale e la relazione sconveniente per i dettami ideologici del PCI li rendono personaggi scomodi. I due vengono catturati dai fascisti e sottoposti a feroci torture, ricostruite sempre sulla base di testimonianze e documenti e descritte in pagine molto realistiche e crude dall’autrice; resistono senza parlare e, anzi, vedono altri partigiani torturati parlare. Riescono a scappare e a questo punto, da parte degli stessi compagni di lotta partigiana si sviluppa una sorta di meccanismo da “macchina del fango”: fanno circolare la notizia che i due abbiano tradito. Viene istruito un processo sommario e si decide che debbano essere uccisi. L’esecuzione di Gianna avviene ai primi di giugno 1945, quando ormai la guerra è già conclusa, il che conferma una dinamica tutta interna al movimento partigiano. Naturalmente, ci chiediamo perché questa vicenda sia stata rimossa, fino a cancellare i nomi dei due partigiani uccisi. Non c’è nazione al mondo che non abbia fatto i conti con i momenti più bui della sua storia anche all’interno di stagioni gloriose. In Italia solo recentemente si è iniziato a farlo con il Risorgimento ma, in linea generale, riconoscere il sangue non “dei vinti” ma di una componente dei vincitori rimane un tabù. Si tratta dell’uccisione di due partigiani da parte di “compagni” che partecipano alla stessa lotta: una guerra civile dentro la guerra civile. Abbiamo a che fare non semplicemente con dei “non galantuomini” come li chiama Mirella Serri, ma veri e propri fanatici, che fanno circolare la voce che i due abbiano tradito, quindi vadano uccisi. La guerra non termina con il 25 aprile ma continua per la consumazione di altre dinamiche, odi, meschinità.

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