Inseguendo un’ombra

ImmagineIo non so se capiti lo stesso ad altri romanzieri, ma a me assai spesso succede che un mio personaggio, all’inizio appena disegnato con tratti incerti e malfermi, nel corso della scrittura, e direi anzi in virtù di essa, vada acquistando contorni sempre più decisi quasi che mi fossero suggeriti da esso stesso e, procedendo nel prender consistenza, mi si vadano chiarendo le motivazioni profonde di alcuni suoi atti. Certo, al confronto del lavoro di uno storico, il mio per forza di cose potrà essere tacciato di arbitrarietà ma non d’implausibilità. Non sarà vero, ma verosimile

I romanzi di Camilleri sono piccole, perfette macchine narrative. La storia fornisce di solito il pretesto da cui partire: un luogo, un personaggio, un evento realmente accaduto. Poi entra in gioco lo scrittore, che aggiunge l’elemento dell’intreccio avventuroso, una sfumatura thriller più o meno marcata, una sapiente dose di humor, un pizzico di sensualità e, a condire il tutto, la lingua, quel meraviglioso intreccio di italiano e dialetto siciliano a metà tra reale e inventato che riesce a rendere con immediatezza situazioni, dialoghi, caratteri.
In questo caso però siamo di fronte a qualcosa di diverso. L’ultimo libro di Andrea Camilleri in effetti non è esattamente un romanzo, e non a tutti gli effetti un romanzo storico, come del resto l’autore si preoccupa di precisare piuttosto presto, nel primo dei tre intermezzi di commento che inserisce nel corpo vero e proprio della narrazione, sorta di parentesi metodologiche, in cui sente la necessità di spiegarci da dove nasce la fascinazione verso il personaggio e come ha lavorato nella creazione del testo.
Il racconto è diviso in tre parti, che coincidono con i tre cambi di identità del protagonista, realmente esistito, attestato dalle fonti storiche con almeno tre nomi diversi: Samuel ben Nissim Abul Farag, ebreo siciliano di Caltabellotta, Guglielmo Raimondo Moncada, religioso cristiano della corte papale sotto Sisto IV, e Flavio Mitridate, umanista e studioso di lingue antiche orientali e della qabbaláh ebraica.
Non possiamo dire di avere a che fare con un vero e proprio romanzo storico, perché, per tutta la prima parte del racconto non ci viene fornito nessun riferimento che permetta di datare la vicenda e dovremo aspettare il primo cambio di identità del protagonista, quando entreranno in scena personaggi storici come il cardinale Cybo e papa Sisto IV, o la fase successiva, quando il nostro diventerà maestro di Pico della Mirandola, per orientarci cronologicamente. Prima che avvenga tutto questo, però, più o meno alla fine della prima parte del romanzo, l’autore sente il bisogno di inserire una prima parentesi (come già accennato, ce ne saranno altre due), interrompere la narrazione e raccontarci quando è avvenuto il suo primo incontro con questo personaggio affascinante e sfuggente, di cui i documenti storici ci forniscono solo testimonianze parziali e incomplete, perché in diverse occasioni fu costretto a far perdere le proprie tracce e riapparve sotto altra identità…
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