I Beati Paoli

Paoli“Fino a che il mondo non sarà mutato e vi saranno da un lato uomini privilegiati ai quali tutto è lecito, e a cui benefizio sono fatte le leggi, ed uomini condannati a patire tutti gli arbitri e tutte le violenze, è necessario creare una forza che s’opponga, arresti, impedisca questi arbitri; è come una specie di pareggio di forze. E non è una cosa nuova. Credete voi forse che i Beati Paoli siano sorti ora? Conoscete la storia? Ai tempi di Federico imperatore, Adinolfo di Pontecorvo fondò la società dei Vendicosi: essa non aveva intendimenti diversi dalla nostra. I Beati Paoli discendono dai Vendicosi. I Beati Paoli sono vecchi di secoli. Qualche volta si addormentano; a un tratto, quando la misura è colma, si destano. Noi morremo e dopo di noi ne verranno altri, perché i deboli avranno sempre bisogno di chi li protegga, di chi li difenda”.

Non conoscevo questo romanzo, che mi ha subito incuriosita per l’ambientazione e per aver ricevuto sulle pagine di “Le Monde” la definizione di “quinto monumento storico della letteratura italiana contemporanea, dopo I Promessi SposiI ViceréIl nome della rosa e La Storia della Morante”. L’idea di fare un’incursione di milleduecento pagine nella Sicilia barocca dei magnifici palazzi nobiliari, in cui i potenti spadroneggiavano al di sopra della legge, o dei vicoli sporchi, bui e tortuosi di Palermo abitati da un’umanità stracciona e variopinta, mi è sembrata estremamente allettante e devo dire che il romanzo ha mantenuto tutte le più rosee aspettative.
I Beati Paoli. Grande romanzo storico siciliano di Luigi Natoli (originariamente pubblicato a puntate sul “Giornale di Sicilia” tra il maggio del 1909 e il gennaio del 1910) è davvero un’avvincente costruzione letteraria che riesce a coniugare sapientemente intreccio narrativo e ambientazione storica, con personaggi di fantasia che interagiscono con personaggi storici realmente esistiti nel corso degli eventi che hanno visto, tra la fine del XVII secolo e i primi vent’anni del XVIII, la Sicilia passare dal dominio degli Spagnoli ai Savoia e, in un breve lasso di tempo, essere oggetto nuovamente delle rivendicazioni della Spagna, avversata però dall’Impero asburgico.
Riallacciandosi agli Opuscoli palermitani, in cui per primo il marchese di Villabianca (1720-1802) aveva dato dignità storiografica alla setta dei Beati Paoli, giustificandone la nascita come reazione ai soprusi patiti dalla popolazione durante la dominazione normanna dell’isola, Luigi Natoli – (1857-1941) patriota e repubblicano fervente, insegnante, giornalista, studioso di storia – riesce a dare forma compiuta al mito di una società segreta a protezione degli oppressi che per via orale si tramandava da secoli. E grazie allo strepitoso successo del romanzo, la misteriosa setta dei Beati Paoli entrerà stabilmente nelle dicerie e nelle fantasticherie popolari come verità storica indiscussa, alimentando le aspirazioni di liberazione e riscatto che caratterizzeranno la cultura isolana in diverse fasi storiche fino all’Unità d’Italia e persino dopo. Continua a leggere

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La casa delle bambole

Bambole“All’hotel alloggiavano ragazze molto diverse fra loro. Come facevano ad andare d’accordo? O non succedeva?”
“Santo cielo, no. Il Barbizon aveva un rigido sistema di classi. Al vertice c’erano le modelle, poi venivano le apprendiste redattrici di Mademoiselle e le altre che lavoravano nell’editoria. L’ultimo gradino era costituito dalle ragazze Gibbs”.
“E come mai?”
“Lo scopo era accalappiare un uomo prima possibile. Certo, ci vantavamo tutte di lavorare e di essere indipendenti. Ma quello che guadagnavamo era solo argent de poche. Erano i nostri genitori a pagare i conti finché non ci consegnavano al Principe Azzurro”.

Ormai è piuttosto evidente – immagino – quanto mi piacciono i libri che raccontano storie di donne alle prese con l’affermazione di sè a discapito del ruolo che la società e le convenzioni vorrebbero assegnare loro… E quella raccontata nel primo romanzo della giornalista americana Fiona Davis, La casa delle Bambole, è proprio una bella storia di indipendenza femminile, che prende spunto dalle vicende di un edificio che per decenni ha ospitato le ragazze che arrivavano a New York dalla provincia americana, in cerca della loro strada. Tra le sue inquiline ci sono state la poetessa Sylvia Plath, Grace Kelly, Liza Minnelli…
Costruito nel 1927, il Barbizon Hotel era un’accogliente e prestigiosa residenza, proprio nel cuore di Manhattan, dove le ragazze potevano abitare mentre frequentavano scuole professionali o tentavano la carriera di attrici o modelle. Per essere ammesse al Barbizon occorrevano tre lettere di referenza; nella struttura vigevano regole molto severe sull’abbigliamento e gli uomini erano ammessi solo nei locali al piano terra. In fondo, però, per la maggior parte di loro la ricerca di un lavoro era poco più che un pretesto in attesa che si presentasse l’occasione di una vita: l’uomo giusto da sposare, possibilmente di bell’aspetto, ricco e con una buona posizione.
Non è di quest’avviso Darby Mc Laughlin, che nel 1952 arriva a New York dall’Ohio per frequentare la scuola Katie Gibbs, dove avrebbero fatto di lei una perfetta segretaria. La prospettiva non è molto allettante per la ragazza – lettrice appassionata di Shakespeare, amerebbe lavorare nell’editoria – che cerca però di fare del suo meglio a scuola, durante le noiosissime lezioni di stenografia, dattilografia o conversazione telefonica, convinta dalla madre che diventare segretaria sia il massimo a cui possa aspirare. Di una cosa però Darby è sicura: non ha assolutamente intenzione di sposarsi e vuole essere indipendente. Continua a leggere

La scuola cattolica

scuola_cattolica“Questa storia si può dire che non importi a nessuno come che ci riguardi tutti: sono entrambe cose vere. A me per esempio non me ne importa più nulla, e non me ne è mai importato nulla, neanche allora, quando si svolse. E allora perché ne scrivi? Avrebbe ragione a chiedere qualcuno di voi. […] Perché ne so abbastanza e credo di sapere persino le cose che non so (a questo serve dopo tutto scrivere…). O forse perché, al contrario, non ne so, o non ne ho ancora abbastanza? Oppure perché è arrivato il momento di farlo, adesso o mai più? Se non ora quando? Andiamo, quarant’anni sono sufficienti per chiuderla lì. Scrivo infatti non per ricordarla, questa storia, ma perché sia sigillata e dimenticata per sempre. Almeno da me. La chiudo dentro questo libro come se la seppellissi. Amen”

Mi ha molto colpita, quando ho letto la prima recensione sull’ultimo romanzo di Albinati qualche mese fa, l’idea alla base del libro di legare l’esperienza di studente di un istituto cattolico romano tra la fine degli anni Sessanta e la metà dei Settanta al contesto culturale in cui ha avuto origine un crimine efferato come il Delitto del Circeo, compiuto da ragazzi che avevano frequentato appunto quello stesso istituto. Il fatto che anch’io abbia frequentato una scuola cattolica, certo in anni meno turbolenti, nello stesso quartiere in cui si trova il San Leone Magno di Albinati – e che anche la mia scuola fosse un ex collegio maschile – ha aumentato la mia curiosità.
Vista la mole, una lettura perfetta per le vacanze estive…

Non è solo un romanzo questo voluminoso libro, perché il racconto puro, che procede avanti e indietro lungo un arco temporale di quarant’anni, si alterna e intreccia con pagine di andamento più saggistico ma tutto si tiene insieme grazie alla voce in prima persona dell’autore, che mette in fila e filtra attraverso il proprio punto di vista esperienze personali, episodi di cronaca e resoconti giudiziari, ragionamenti sulla storia recente di Roma e del nostro Paese, quegli anni Settanta così complicati e controversi, funestati da morti e feriti, vittime dello scontro tra neofascisti e comunisti, polizia, studenti e lavoratori, anni di piombo, che videro l’avanzata del movimento femminista, nonché l’intreccio tra malavita e movimenti politici extraparlamentari.

È certamente per larghi tratti un romanzo di formazione, in cui l’autore rievoca gli anni della scuola, soprattutto il liceo, gli amici, i professori più buffi e nevrotici o quelli più significativi e stimolanti, i pomeriggi di studio, le uscite nel quartiere. Continua a leggere

La saga dei Cazalet – Gli anni della leggerezza

anni-leggerezza_cazalet1-light-673x1024“Spostò lo sguardo su Louise, seduta di fronte a lei. Avevano trascorso un meraviglioso pomeriggio sulle loro brande a scambiarsi segreti, anche se molti dei suoi lei non li aveva confidati, e di certo nemmeno Louise. Ma comunque nulla di ciò che si erano dette poteva essere condiviso con la famiglia; di sicuro le loro madri ne sarebbero rimaste sconvolte perché, per assurdo che fosse, loro due erano considerate ancora bambine”.

Una volta presa confidenza con l’affollato albero genealogico della famiglia Cazalet e l’altrettanto articolato sistema dei domestici, ho letteralmente divorato questo bellissimo romanzo, assaporando avidamente le atmosfere, i caratteri, le ambientazioni.
Nel 1937, l’Europa è avviata verso un baratro, ma dall’Inghilterra Hitler sembra ancora una minaccia sfocata; i Cazalet non sono minimamente disposti a rinunciare alle loro abitudini e ai rituali sociali che l’autrice descrive con meticolosità e ricchezza di dettagli, rendendo vividamente la sensazione di un mondo splendido di opulenza, convenzioni imprescindibili, fiducia nelle proprie consolidate tradizioni secolari e nel proprio ruolo di paese egemone nella politica mondiale, che non si accorge di un abisso incombente sullo sfondo…
Con Gli anni della leggerezza Fazi inizia la pubblicazione in traduzione italiana del ciclo di cinque romanzi di Elizabeth Jane Howard che hanno venduto circa un milione di copie in Inghilterra tra il 1990 e il 2013.
La saga dei Cazalet, ricca famiglia di mercanti inglesi di legname dal solido orientamento conservatore, si apre con i protagonisti che stanno per raggiungere la residenza di campagna, dove, come ogni anno, trascorreranno le vacanze estive tutti insieme: il capostipite William e sua moglie Kitty – il Generale e la Duchessa – i loro figli Hugh, Edward e Rupert, con le rispettive mogli, Sybil, Villy e Zoe, e i loro figli.
Naturalmente la scrittura va a insinuarsi sotto le apparenze che vorrebbero restituire un’immagine di saldezza e felicità nella famiglia, per costruire invece un ritratto impietoso e sconfortante dell’istituzione matrimoniale: un abisso di ipocrisia, insoddisfazione, subalternità delle mogli ai desideri e alle aspettative dei mariti e alle regole sociali.
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Il Maledetto

images“Maledetti! La parola si è propagata tra di noi, come una corrente elettrica. Perché, adesso che il destino degli Slade era stato chiarito, ci saremmo presto accorti, noi che avremmo voluto essere semplici osservatori, che questo era il nostro destino comune, in quanto abitanti di Princeton”.

La meraviglia di ritrovarsi tra le mani nel 2015 il lavoro di una delle più grandi scrittrici viventi che è un monumentale romanzo gotico, decadente, a tratti macabro, un appassionante viaggio nei meandri di anime complesse e disturbate, personaggi dalle psicologie sensibili ai limiti della patologia.
Joyce Carol Oates costruisce il suo ultimo romanzo come una cronaca storica degli eventi razionalmente inspiegabili che hanno sconvolto la tranquilla cittadina di Princeton tra il 1905 e il 1906, turbando la pace degli stimati membri della comunità universitaria e della borghesia locale.
La maledizione di Princeton è un veleno che si diffonde impalpabile ma pervasivo come il profumo di fiori appassiti o di essenze esotiche che provocano stordimento e vertigini e si manifesta attraverso apparizioni di creature morte, fantasmi, vampiri, visioni che sconvolgono la psiche già piuttosto alterata di donne ipersensibili e uomini eccitabili. In particolare vittime della maledizione di Princeton sono i nipoti del reverendo Slade, ministro irreprensibile e guida morale della comunità: la bellissima e timida Annabel; il romantico e tormentato Josiah; il giovane Todd, che sembra una creatura delle foreste; sua sorella Oriana, taciturna bambina di otto anni. I giovani Slade sembrano non appartenere completamente alla dimensione terrena, come proiettati verso un altrove, il regno dei morti, degli spiriti della natura…
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Q.B. A volte non basta osservare. Serve anche aggiungere

QB_cover“Rimasi a osservare la cucina che fino a quel giorno mi aveva visto impegnato su tanti fronti e con quasi tutti gli strumenti che c’erano nei cassetti. Pasta fatta in casa, salse, soufflé, creme, arrosti, insalate. Avevo provato di tutto.
Ed ero soddisfatto di aver scoperto di far parte, anche solo come un semplice turista, di un mondo tutto nuovo. Ma cominciavo a chiedermi quanti altri ce ne fossero là fuori, sconosciuti o mai avvicinati, che ancora mi stavano aspettando”.

Q.B. è una dicitura piuttosto familiare per chi ha confidenza con la cucina: compare praticamente in ogni ricetta, generalmente riferita al sale o alle spezie, ingredienti da aggiungere nella giusta quantità per dare al piatto un tocco in più in termini di sapore, profumo e colore. Farne a meno pregiudicherebbe irrimediabilmente la buona riuscita di ciò che si sta preparando.
L’indicazione Q.B. può rivelarsi un problema per chi in cucina si muove con una certa difficoltà – come la sottoscritta – perché implica capacità di giudicare l’esatta quantità necessaria in relazione a consistenza e sapore che si vogliono ottenere, quindi in qualche modo idee chiare e un pizzico di audacia…
E se applicassimo questo principio alla vita?
È esattamente ciò che fa Marco Bellabarba nel suo romanzo d’esordio, Q.B. A volte non basta osservare. Serve anche aggiungere (Robin edizioni), utilizzando l’arte culinaria come efficace metafora per riflettere sull’equilibrio tra regole e libertà di lasciarsi andare, sogni e imposizioni, senso del dovere e diritto di seguire le proprie aspirazioni.
L’evoluzione personale del protagonista passerà attraverso il superamento di una dolorosa crisi sentimentale, la rimessa in discussione dei propri progetti e di una situazione solo esteriormente appagante, il tutto accompagnato da deliziose ricette e un pizzico di thriller (diciamo quanto basta…).
Paolo Trovati è un 32enne sensibile e riflessivo; dopo la laurea in scienze politiche e alcuni tentativi falliti di fare il lavoro che avrebbe desiderato, un lavoro che gli desse la possibilità di viaggiare e mettere a frutto la conoscenza delle lingue, per accontentare la sua ragazza finisce a fare l’agente per un’azienda di ricambi per autoveicoli. In questo modo ha ottenuto la tanto desiderata indipendenza economica, ma ha dovuto mettere completamente in un angolo una parte di sé, quella delle aspirazioni, della creatività più pura, del pieno coinvolgimento verso ciò che riempie la nostra giornata. La vita di Paolo si è incanalata in una routine regolare e meticolosa, a cui si è adattato suo malgrado, limitandosi di tanto in tanto ad osservarsi, desiderando essere altrove. Continua a leggere

L’esatto contrario

3284470-9788817082266“Sono stato lento per la seconda volta in pochi minuti e ho perso ogni possibilità di saperne di più. Così mi metto a camminare con questa sensazione chiara in testa. Non ho davvero il piglio del giornalista d’assalto, mi viene da pensare, e mi scappa quasi da ridere.
Mi frena solo la punta di amarezza che continuo a sentire sotto la lingua.
L’esatto contrario del sapore di Giulia”.

Nei ricordi di Riccardo Magris Giulia Rusconi porta con sé il sapore dolce dell’amore non consumato e della giovinezza piena di aspettative non realizzate. Tra loro un solo appuntamento e un unico bacio ai tempi dell’università ma Riccardo era già impegnato e, prima che potesse prendere coscienza dei suoi sentimenti, questa bella ragazza di buona famiglia, sfuggente e complicata, è morta tragicamente.
Dopo dieci anni il dolce ricordo riaffiora improvvisamente, sentendo casualmente il nome di Giulia in TV, in occasione di nuovo di una morte improvvisa e misteriosa, che riporta a galla questioni importanti rimaste irrisolte.
Riccardo trascina svogliatamente la sua esistenza di trentacinquenne senza lasciarsi coinvolgere fino in fondo da quello che fa e dai rapporti con quanti lo circondano: le sue giornate si dividono stancamente fra il programma sui calciatori più scarsi del campionato che conduce alla radio e la collaborazione con “Tutto Giallo”, rivista di cronaca nera dal taglio scandalistico per cui scrive recensioni di libri noir.
Anche le ambizioni letterarie che lo spinsero a lasciare Giurisprudenza, dopo la morte di Giulia, per iscriversi a Lettere sono state accantonate: l’unico libro di poesie che ha pubblicato non ha avuto seguito e il romanzo a cui sta lavorando è chiuso in un cassetto ormai da molto tempo.
Per il suo esordio da scrittore, l’editore Giulio Perrone si cimenta in un noir dal risvolto intimista, in cui l’indagine da cui il protagonista si farà coinvolgere diventa occasione per fare un percorso interiore nella propria irresolutezza, per portare alla luce vecchi fantasmi e provare finalmente a crescere.
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