Conte(r)rò rimpianti

Rimpianti“Quanti ricordi.
Una scia di ricordi.
D’improvviso uno squasso un cataclisma.
È il caos!
Tutto affiora… e so.
So come sarebbe stato.
So come avrebbe potuto.
Come sarebbe cresciuto.
Come lo avremmo mantenuto.
Come lo avremmo saziato.
Ora so. Oggi so
che ho, avrò e
conte(r)rò
soprattutto rimpianti”.

Confesso di non essere un’abituale frequentatrice di poesia ma fortunatamente, a volte, capita che i libri ci sorprendano: arrivano da percorsi inaspettati, ci “trovano”, aprendo strade nuove, inesplorate o poco battute, dentro e fuori di noi. È stato appunto il caso di questa raccolta di poesie – spero non me ne vorrà l’autore, se mi permetto di definire tali quelli che invece nell’Avvertenza ci invita a considerare semplici “Pensieri sparsi” – che alla prima lettura ha scatenato in me emozioni fino al pianto. Forse un momento di particolare fragilità. Forse, semplicemente, la forza delle parole quando riescono a toccare corde profonde e riportare alla luce ricordi che credevamo rimossi, stati d’animo e sensazioni apparentemente in quiescienza risvegliati da una voce che si rivela a se stessa e a noi lettori rompendo il ritmo regolare dell’abitudine, aprendo una breccia nel rumore della quotidianità, che ci impedisce in condizioni normali di ascoltarci in maniera autentica.
Passata la prima ondata emotiva, ho avuto modo di riprendere in mano le poesie, rileggerle e assaporarne più lentamente e pienamente l’intensità e allo stesso tempo la delicatezza, l’essenzialità dello stile asciutto, scarno, a tratti reso però più vivido dall’accumulo di aggettivi, verbi e sostantivi con cui l’autore ci restituisce in mille sfaccettature la complessità e contraddittorietà dei propri stati d’animo.
Continua a leggere

Annunci

Storia vera e terribile tra Sicilia e America

5373-3La scena cominciava a riempirsi di personaggi.
Così cominciai a fare delle ricerche su quella storia grottesca: cinque sfortunati siciliani ferocemente uccisi a diecimila chilometri dal loro paese a causa di una capra troppo rumorosa. Avevo voglia di sapere come erano finiti lì, ma anche di riabilitarli, o perlomeno di sentire anche la loro versione, anche se sono passati 115 anni e probabilmente il loro caso non interessa più nessuno“.

È un libro di storia che a tratti somiglia a un romanzo noir il saggio di Enrico Deaglio che ricostruisce la vicenda davvero terribile di cui sono stati protagonisti loro malgrado cinque siciliani emigrati negli Stati Uniti alla fine del XIX secolo.
La storia dei tre fratelli Defatta, del cognato Rosario Fiduccia e di un loro giovane compaesano, Giovanni Cirami, emigrati dalla Sicilia in Louisiana e qui rimasti vittime di linciaggio per un episodio piuttosto controverso e lacunoso, la sera del 20 luglio 1899, diventa occasione per raccontare il massiccio fenomeno migratorio dall’Italia meridionale verso il Sud degli Stati Uniti a partire dall’ultimo quarto del XIX secolo. Emigrazione favorita dai governi del giovane Regno d’Italia appena uscito dal Risorgimento e degli Stati Uniti reduci dalla guerra civile, interessati, il primo, ad alleggerire la pressione demografica nel Sud Italia trasformato in una polveriera da brigantaggio, manifestazioni e proteste dopo la delusione delle aspettative legate all’unificazione, il secondo, all’arrivo massiccio di nuova manodopera a basso costo da utilizzare nelle grandi piantagioni di cotone e canna da zucchero, dopo l’abolizione della schiavitù.
I siciliani in America prendono il posto dei neri che non vogliono più essere sfruttati; diventano i Dagos, gli underdogs, nuovi neri, perché appartenenti a una razza inferiore, una razza non completamente bianca ma corrotta da secoli di commistioni con invasori nordafricani, saraceni, a partire da Annibale (come dimostravano la pelle e i loro capelli, più scuri di quelli degli americani o degli immigrati irlandesi). Uomini forti e predisposti alla fatica ma, costituzionalmente, anche violenti e primitivi, per questo da sottomettere, tenere a freno con metodi repressivi.
Continua a leggere

Il collezionista di Baci

BaciGrazie a Nuovo Cinema Paradiso ho scoperto che con i film si può avere un rapporto affettivo – come con i libri, del resto – trovandoci dentro emozioni, avventura, scoperta, fuga, incanto (oltre a bellissime immagini, ovviamente). Nel mio piccolo, personale baule delle meraviglie Giuseppe Tornatore sta al cinema come Giacomo Leopardi sta alla poesia: al valore oggettivo di entrambi si aggiunge quello sentimentale che ti lega per sempre in modo speciale a ciò che impari ad amare in adolescenza. Ogni volta che rivedo il film, la sequenza finale dei baci mi fa irrimediabilmente piangere – complice naturalmente la musica struggente – per quel misto di dolcezza, meraviglia, nostalgia…
Ho acquistato questo volume alla fine di una visita agli studi di Cinecittà. Volevo un ricordo della giornata che non fosse un semplice gadget e mi è sembrato perfetto: una sorta di “cristallizzazione” su carta dello spirito del film e un modo per portarmi via un pezzetto di storia del cinema da un posto così speciale.
“Il Collezionista di Baci”, cioè di manifesti di film i cui protagonisti si baciano o stanno per farlo, è Filippo Lo Medico; la sua famiglia era proprietaria di uno dei cinema in cui il giovanissimo Giuseppe Tornatore iniziò a lavorare come proiezionista nella seconda metà degli anni Sessanta. Proprio il regista nella bella prefazione ci racconta come è nata l’idea del libro, che naturalmente si riallaccia alla famosa scena finale del suo film e a una fitta trama di ricordi personali e racconti di proiezionisti più anziani sulla consuetudine di tagliare le pellicole cinematografiche nelle parti ritenute più scabrose. Continua a leggere

Nelle mani delle donne. Nutrire, guarire, avvelenare dal medioevo a oggi

“Lo scopo della mia analisi si può riassumere così: voglio raccontare, soprattutto a quante giovani donne impegnate in diversi ambiti lavorativi amano cucinare e lo fanno con maestria, mangiano di gusto e non si pongono, progettando una maternità, il problema dell’allattamento, come sono andate le cose fino a non molto tempo fa. […] Soprattutto perché abbiano materia su cui riflettere a proposito di quanto è naturale e quanto invece socialmente costruito (dagli uomini ma anche dalle donne), ora perpetuando limitazioni e tenendo in vita pregiudizi e luoghi comuni duri a morire, ora introducendo opportunità prima assenti”.

Ripercorrere i secoli per ricostruire il rapporto che ha legato donne e cibo nella storia è quanto si propone la storica Maria Giuseppina Muzzarelli in questo volume, che riflette sull’universo femminile attraverso la sfera della preparazione, somministrazione, ma anche rifiuto, del cibo come elemento di definizione dell’identità di genere, molto spesso frutto però di costruzioni culturali (maschili ma non solo).
In particolare, vengono indagati quattro percorsi principali per ricostruire le relazioni tra donne e cibo, mettendo in luce di volta in volta elementi naturali e distorsioni di origine culturale, sia attraverso l’intervento di padri e mariti preposti a una funzione educativa e di controllo, sia attraverso la mediazione di fonti letterarie, testi sacri, trattati di precettistica varia. Soprattutto viene alla luce come la “cucina” fosse in pratica l’unico ambito della casa in cui alle donne fosse concessa una certa libertà di movimento, di cui approfittare per tentare di intervenire e affermare la propria autonomia di azione per cercare di influenzare comportamenti, avvicinare o allontanare persone, modificare relazioni.
Alle mani delle donne era affidato innanzitutto l’allattamento: il primo e più naturale dei legami, che vede la madre farsi cibo per il proprio figlio.
Anche in un rapporto come questo, ristretto dalla natura alla coppia madre-figlio, per molti secoli è intervenuta una forte e condizionante partecipazione maschile, con la prassi di affidare i neonati a una balia che li allattasse al posto della madre. Staccare un figlio dal seno della madre, per affidarlo alle cure di un’altra donna che lo avrebbe allattato e custodito nei primi mesi di vita, rappresentava per il marito l’opportunità di riaffermare la propria autorità in un rapporto in cui, invece, dalla natura gli era stato precluso qualunque ruolo. Il marito faceva valere il proprio diritto ai rapporti coniugali con la moglie, che, rinunciando ad allattare il bambino, poteva riprendere in tempi rapidi la propria funzione riproduttiva e, allo stesso tempo, non legarsi troppo al neonato che aveva molte possibilità di non sopravvivere ai primi mesi di vita, viste le altissime le percentuali di mortalità infantile.
Alle mani delle donne era riservato il compito di preparare il cibo per nutrire il nucleo familiare, anche se dovevano assecondare una specifica limitazione legata al cibo, ancora una volta di carattere culturale: quella di non poter mangiare liberamente. Si portavano addosso, infatti, l’eredità della colpa di Eva, che aveva precipitato l’umanità nel peccato per non aver saputo resistere alla tentazione di assaggiare una mela. Per questo motivo alle donne veniva imposto un rigido autocontrollo, almeno in pubblico, nell’assunzione di cibo (e di vino). Le donne educate a mangiare poco offrivano la garanzia di resistere alle lusinghe, anche di altro genere… Continua a leggere