La scuola cattolica

scuola_cattolica“Questa storia si può dire che non importi a nessuno come che ci riguardi tutti: sono entrambe cose vere. A me per esempio non me ne importa più nulla, e non me ne è mai importato nulla, neanche allora, quando si svolse. E allora perché ne scrivi? Avrebbe ragione a chiedere qualcuno di voi. […] Perché ne so abbastanza e credo di sapere persino le cose che non so (a questo serve dopo tutto scrivere…). O forse perché, al contrario, non ne so, o non ne ho ancora abbastanza? Oppure perché è arrivato il momento di farlo, adesso o mai più? Se non ora quando? Andiamo, quarant’anni sono sufficienti per chiuderla lì. Scrivo infatti non per ricordarla, questa storia, ma perché sia sigillata e dimenticata per sempre. Almeno da me. La chiudo dentro questo libro come se la seppellissi. Amen”

Mi ha molto colpita, quando ho letto la prima recensione sull’ultimo romanzo di Albinati qualche mese fa, l’idea alla base del libro di legare l’esperienza di studente di un istituto cattolico romano tra la fine degli anni Sessanta e la metà dei Settanta al contesto culturale in cui ha avuto origine un crimine efferato come il Delitto del Circeo, compiuto da ragazzi che avevano frequentato appunto quello stesso istituto. Il fatto che anch’io abbia frequentato una scuola cattolica, certo in anni meno turbolenti, nello stesso quartiere in cui si trova il San Leone Magno di Albinati – e che anche la mia scuola fosse un ex collegio maschile – ha aumentato la mia curiosità.
Vista la mole, una lettura perfetta per le vacanze estive…

Non è solo un romanzo questo voluminoso libro, perché il racconto puro, che procede avanti e indietro lungo un arco temporale di quarant’anni, si alterna e intreccia con pagine di andamento più saggistico ma tutto si tiene insieme grazie alla voce in prima persona dell’autore, che mette in fila e filtra attraverso il proprio punto di vista esperienze personali, episodi di cronaca e resoconti giudiziari, ragionamenti sulla storia recente di Roma e del nostro Paese, quegli anni Settanta così complicati e controversi, funestati da morti e feriti, vittime dello scontro tra neofascisti e comunisti, polizia, studenti e lavoratori, anni di piombo, che videro l’avanzata del movimento femminista, nonché l’intreccio tra malavita e movimenti politici extraparlamentari.

È certamente per larghi tratti un romanzo di formazione, in cui l’autore rievoca gli anni della scuola, soprattutto il liceo, gli amici, i professori più buffi e nevrotici o quelli più significativi e stimolanti, i pomeriggi di studio, le uscite nel quartiere. Sono le pagine che si leggono per puro piacere, dove impariamo a conoscere personaggi che l’autore rievoca vividamente: l’ “amico geniale” Arbus, intelligenza fulminea e compagno di maratone di lettura intensiva; sua sorella Leda, bellissima e inespugnabile nel corpo e nei pensieri, il cui solo nome provoca ancora turbamento nell’autore; il professore di italiano, Cosmo, che svetta sull’intero corpo insegnante del SLM, figura tratteggiata con riconoscenza, per la capacità di aprire giovani menti con “indicazioni, cenni che additavano molto lontano e rivelavano l’esistenza di interi continenti invisibili oltre l’orizzonte, arcipelaghi frastagliati di nomi e idee, personaggi, racconti, dispute, lotte, battaglie di angeli e demoni, eserciti e filosofi, carovane di mercanti in viaggio, le avventure e le sostanze preziose e i nodi di stelle e le scuole degli uomini pensanti e le foreste e le malattie che imperversavano e i prigionieri trascinati nella neve e la foga per la supremazia che ce li aveva trascinati, fino a risalire a una specie di ampolla di liquido pulsante da cui prendeva avvio quella fantasmagoria, il senno fuoriuscito dalla testa degli uomini, la materia iniziatica, la bevanda che rende saggi e immortali o il veleno che uccide in pochi secondi”.

Ancora negli anni in cui lo ha frequentato Albinati, il SLM era un istituto cattolico esclusivamente maschile (rimarrà tale fino al 1979), una specie di fortezza, di Monte Athos in cui bambini e adolescenti venivano spronati a coltivare e manifestare la propria virilità – soprattutto nelle attività sportive – ma contemporaneamente tenuti al riparo, isolati, protetti da presenze femminili. Sarà forse riconducibile a questa distanza sperimentata nel periodo in cui la personalità riceve una prima, fondamentale impronta, lo stato di turbamento e agitazione che l’autore dice di aver sempre provato nella sua vita avendo a che fare con una donna? E può questo disorientamento arrivare a sfociare, nel caso di personalità particolarmente fragili o disturbate, in aperta violenza contro le donne?
Partendo da domande di questo tipo si sviluppa il secondo filone del libro, quello con andamento più da saggio storico-sociologico, che si ferma ad analizzare i rapporti tra uomini e donne, la “guerra tra i sessi” di cui negli anni Settanta venne scritto un capitolo fondamentale, in conseguenza dell’avanzata del movimento femminista che portò in primo piano il diritto delle donne a emanciparsi dal ruolo tradizionale di mogli e madri devote e accondiscendenti alla volontà maschile, per rivendicare una propria libertà di pensiero, di parola e, non ultimo, di avere rapporti sessuali con tutti gli uomini che volevano. Una rivoluzione che avrebbe aperto una crisi profonda negli uomini, chiamati a fare i conti con queste nuove rivendicazioni femminili, davanti a cui il ricorso alla forza fisica è sembrato l’unico modo per difendere il proprio ruolo tradizionale di figura dominante nella coppia. Forza fisica che può degenerare in atti di violenza e vera e propria crudeltà.

Punto di partenza e allo stesso tempo di arrivo di tutto il libro, come esempio di violenza efferata e completamente gratuita ai danni di donne “colpevoli” solo di essere tali è appunto il Delitto del Circeo. Il 29 settembre 1975 tre ragazzi di buona famiglia, – Ghira, Guido, Izzo – sequestrarono e seviziarono per un giorno e una notte due ragazze di borgata, di poco più giovani: Rosaria Lopez venne uccisa al termine delle violenze, Donatella Colasanti “si salvò” miracolosamente, nonostante i ripetuti tentativi di ucciderla a sprangate, fingendo di essere morta.
Con questo delitto per la prima volta l’opinione pubblica dovette fare i conti con un dato sconvolgente: i mostri non erano soggetti socialmente emarginati, disagiati, ma giovani di belle speranze e di buona famiglia, destinati a far parte della futura classe dirigente e intellettuale del nostro Paese. Avevano tutto quei ragazzi: benessere economico, un’ottima istruzione, case confortevoli governate da tate e cameriere, mamme eleganti e bellissime, vacanze, viaggi. Andando a grattare appena la superficie, si scopre invece che sotto questo quadro apparentemente nitido si stava aprendo una voragine che avrebbe messo irrimediabilmente in crisi la famiglia, in particolare la famiglia borghese. Perché quelle madri bellissime e sofisticate erano in buona misura insoddisfatte della propria condizione, quindi impegnate a cercare modi per riempire il proprio vuoto tra hobby o relazioni extraconiugali – cosa che accadeva anche agli impegnatissimi mariti, beninteso – preoccupandosi soprattutto di mantenere in famiglia una tranquillità almeno apparente, indipendentemente da cosa i loro figli covassero nel segreto delle loro stanze o nelle ore che passavano fuori casa. E fuori casa c’era una violenza dilagante: politica, criminale, di classe. Sì, perché nel caso del Delitto del Circeo, alla violenza di genere si sommò una violenza di classe, espressione di un istinto atavico di sopraffazione del più forte sul più debole, del ricco sul povero.

Naturalmente sono queste le pagine più problematiche del libro, quelle che maggiormente possono fornire spunti di discussione e polemica – oltre ad essere, in alcune parti, di lettura più ostica per la totale schiettezza dell’autore nel trattare temi anche molto crudi senza alcuna edulcorazione –. Per quanto mi riguarda, è stato un viaggio appassionante, ricco di spunti di riflessione sugli anni Settanta; sulla politica e la cultura di un periodo pieno di violenza, scontro, contraddizioni, che è stato sicuramente per l’Italia un incubatore di cambiamento, anche se molti nodi probabilmente sono rimasti irrisolti.
Edoardo Albinati

La scuola cattolica
Rizzoli
1296 pagine
22 euro

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