La melodia di Vienna

copertina_1345“I rapporti di proprietà erano chiarissimi, constatò Franz, e solo dei “piantagrane pagati” (questa, la sua definizione dei funzionari) potevano trovare dubbio l’aspetto giuridico della cosa. D’altra parte, gli aridi documenti gli avevano però fatto capire molte circostanze familiari sulle quali non aveva mai riflettuto: una famiglia longeva, gli Alt. Si erano sposati tardi, quasi tutti. E non tutti erano stati innocui agnellini, borghesi devoti e perbene […]. Avevano avuto fortuna, molta fortuna! Avrebbe desiderato considerare anche quello un fatto incontestabile. E tuttavia, senza riuscire a comprenderne la ragione, Franz sentiva che quelle carte ingiallite risvegliavano in lui l’impressione contraria.
Tra i deferenti annunci di matrimoni, nascite, decessi, celebrazioni turbate, v’erano tante cose non dette, forse funeste, di cattivo auspicio – chissà?
La scarna fantasia lo tradì. Erano veramente stati felici, i suoi predecessori del numero 10? Non se n’era mai curato. Ora gli avrebbe fatto piacere saperlo”.

Ho colpevolmente trascurato per mesi questo romanzo, un po’ intimidita dalla mole delle pagine, ma fortunatamente un recente viaggio in treno è stato occasione per una lunga e appassionante sessione di lettura…
La melodia di Vienna intreccia le vicende di tre generazioni di una ricca famiglia di fabbricanti di pianoforti con la storia dell’Austria – e quindi dell’Europa – dalla fine dell’Ottocento alle soglie della Seconda Guerra Mondiale, che porta con sé un ampio bagaglio di questioni filosofiche, estetiche, culturali.
La prima metà è praticamente scivolata via: una volta presa confidenza con l’articolato albero genealogico della famigli Alt, tra nomi e gradi di parentela di membri di discendenza diretta o acquisiti, il libro mi ha conquistata.
Pubblicato originariamente nel 1944, e recentemente uscito in una nuova traduzione in Italia per E/O, il romanzo di Ernst Lothar è una sorta di versione austriaca de’ I Buddenbrook di Thomas Mann, con un senso di decadenza che incombe sulla famiglia protagonista – e parallelamente sulle vicende storiche che segnano la fine dell’impero asburgico – fin dalle prime pagine.
Rispetto al romanzo di Mann però è passato qualche decennio: qui la psicanalisi e il flusso di coscienza sono ormai un dato acquisito e pervadono abbondantemente la scrittura. Oltre ad essere Freud uno dei personaggi storici presenti nel romanzo, vediamo spesso registrati sulle pagine il pensiero e gli stati d’animo dei protagonisti, non completamente in sintonia con le parole da loro pronunciate. Sensazioni visive, suoni, impressioni producono un senso di straniamento e disallineamento rispetto alla realtà contingente tipico dell’uomo che ha scoperto la forza dell’inconscio e delle nevrosi.
Christoph Alt, capostipite della famiglia e fondatore della fabbrica di pianoforti – pregiati strumenti unanimemente riconosciuti come “la melodia di Vienna” – ha stabilito nel proprio testamento che per avere dritto all’eredità, tutti i discendenti debbano vivere nella grande casa da lui fatta costruire nel cuore di Vienna, edificio che si rivelerà imperturbabile ai cambiamenti epocali che investiranno l’Austria, diventando progressivamente per i suoi abitanti una gabbia, una prigione, una “casa di fantasmi”. Nella prima parte del romanzo – siamo verso la fine del 1888 – il punto di vista principale è quello di Franz Alt, nipote di Chris e direttore della fabbrica di pianoforti. Franz non ha particolari qualità: è un suddito devoto dell’impero ed è bravo nel proprio lavoro, pragmatico e sbrigativo nel gestire gli affari come le questioni affettive e familiari.
Superando l’immediata e tenace avversione dell’intera famiglia, Franz sposa Henriette Stein, figlia di un illustre giurista e docente universitario – ebreo battezzato – e di una cantante.
La giovane sposa – ha 22 anni al momento del fidanzamento, mentre Franz ne ha 36 – è effettivamente molto diversa dalle donne della famiglia Alt e i suoi comportamenti sono ripetutamente oggetto di riprovazione da parte del cognato e, in particolare, delle cognate. Ha ricevuto dal padre un’educazione liberale, ama la lettura ed è un perfetto prodotto della cultura romantica alla Werther; le donne di casa Alt invece sono state educate a non manifestare i loro sentimenti, ad accettare passivamente i molteplici tradimenti da parte dei rispettivi mariti e stare in disparte mentre altri decidono al loro posto.
Henriette non sposa Franz per amore, ma perché ha bisogno di un approdo sicuro in un momento di difficoltà; il suo cuore batte per un altro uomo, l’erede al trono dell’impero austriaco Rodolfo, principe tormentato e “romantico” anche lui, di cui la giovane non ha avuto il coraggio di diventare l’amante rimpiangendolo per sempre. Fatica anche solo a chiamarlo “marito” quell’onesto fabbricante di pianoforti, convinto che per essere felici possano bastare una casa confortevole e dei bambini da allevare.
Il figlio maggiore di Franz ed Henriette, Hans, è il protagonista della seconda parte del romanzo. Bambino curioso, silenzioso e solitario, il piccolo Hans eredita dal padre l’amore incondizionato per il suo paese e dalla madre la sensibilità, divenendo il perfetto prodotto di una tradizione e di una cultura irrimediabilmente messa in crisi dalla storia.
La Prima Guerra mondiale compromette i valori tradizionali del paese e l’esistenza stessa dell’impero, che si sgretola sotto il peso della sconfitta ma la fiducia di Hans nel primato della bellezza e della cultura rimarrà immutata, anche quando farà la sua comparsa sulla scena l’ombra nera del Nazismo (Hitler è un altro personaggio storico che compare nel romanzo, fin da quando, nel 1907, viene bocciato all’esame di ammissione all’Accademia di Belle Arti di Vienna).
Uno degli aspetti che più ho amato in questo romanzo è l’intreccio tra storia e invenzione narrativa, che fa interagire personaggi frutto di invenzione letteraria con personaggi storici realmente esistiti – politici, intellettuali, artisti – rendendo vividamente il fervore culturale di un’epoca, tragica dal punto di vista storico, che produsse però un fervore culturale magnifico: nella filosofia, nella letteratura, nella musica, nel teatro.
Esule in Svizzera e poi negli Stati Uniti per sfuggire alla persecuzione nazista a causa della sua origine ebraica, l’autore sente il bisogno di riaffermare nel suo romanzo più famoso e acclamato il primato culturale dell’Austria, e dell’Europa in generale, consegnandolo come eredità da cui ripartire alle generazioni che si stavano lasciando alle spalle il disastro e gli orrori della Seconda Guerra Mondiale.


Ernst Lothar

La melodia di Vienna
608 pagine
Edizioni E/O
18,00 euro

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