Roma vista controvento

EDGT46237g“Bene, l’ideale sottotitolo invisibile di questo racconto cittadino strampalato e tuttavia quasi enciclopedico, nonostante il rifiuto dell’ordine alfabetico a favore di un crescendo analogico se non addirittura magico, di più, stocastico; un termine, quest’ultimo, che però in una città cinica come la nostra sarebbe meglio non utilizzare, e che viene da quel suggerimento casuale, proprio un libretto di istruzioni, una guida che butti a mare, anzi, nel Tevere, ogni possibile luogo comune, una guida lontana dai conformismi, una guida antituristica, meglio, una guida controvento: il sole del piacere dell’osservazione libera sempre in faccia, una guida comunque dedicata a luoghi, eventi, memorie, ricorsi, dettagli, squarci, sfratti, anfratti, tane, oggetti, posti reali, set trascorsi, luoghi fantastici, fantasmi tout court, mausolei e semplici fornetti; e facce e ancora facce: di antichi imperatori su medaglioni e sesterzi e di semplici attori incapaci stampati sui rotocalchi e poi sui magazine diffusi ai Parioli; il magazzino di una capitale dove risiedono ministeri, ambasciate, direzioni generali, logge, consorzi, associazioni combattentistiche, enti morali e perfino per statuto immorali, e ovviamente la salvifica Curia che di uffici ne conta altrettanti”.

Fandango libri ha celebrato il Natale di Roma con la presentazione del nuovo libro di Fulvio Abbate, Roma vista controvento, una guida-racconto piena di notizie e divagazioni suoi luoghi e sull’antropologia della città eterna, pervasa dall’ironia tagliente e dissacrante dello scrittore siciliano ormai romano d’adozione.
Insieme all’autore, c’erano la giornalista romana Barbara Palombelli e Carlo Verdone, icona di romanità e autore della prefazione del libro in cui ritroviamo tutta la sensibilità, l’ironia, lo sguardo lucido e disincantato di tanti suoi film.
Secondo Palombelli, questo di Abbate è un libro perfetto per i romani, che hanno la “smania”, sono sempre di fretta: non si sa dove vanno ma ci vanno di fretta. É perfetto perché composto da tanti piccoli capitoli, di 2/3 pagine, quindi si può leggere in brevi intervalli, ad esempio ai semafori.
L’autore ci racconta che da ragazzo, negli anni Sessanta, sentiva il bisogno almeno una volta all’anno di venire a Roma, anche solo per cercare capi di abbigliamento particolari. Roma era allora un luogo paradigmatico, la città dove stavano tanti attori famosi.
A Palermo si diceva: “Noi siamo qui, il Papa è a Roma”. Essere diventato parte di questo luogo avvolto di luce magica ha portato nel tempo a sentire il bisogno di divenirne anche esegeta. Anche se purtroppo incanto e magia sono almeno in parte andati perduti.
Con l’amico Verdone si scoprono vicini di casa a Monteverde vecchio, entrambi frequentatori dello stesso caffè dove, a colazione, nascono conversazioni semiserie su lutti, malattie e consigli su farmaci e cure più adeguate.
Il primo incontro parte da una comune amica venuta a mancare e parlando, piano piano, Verdone prende coscienza che sotto il cappotto Fulvio Abbate ha il pigiama e le ciabatte… a quel punto l’atmosfera si scioglie inevitabilmente, perché stai parlando con uno in pigiama!Il regista annovera Fulvio Abbate nel gruppo degli intellettuali non romani adottati dalla città che hanno finito per comprenderla meglio dei romani stessi. Già aveva capito tutto Fellini; o Pasolini in maniera più cruda. Abbate riesce ad analizzare meglio questa città per ciò che essa è e si capisce che la ama veramente: si capisce dalle storie che ha raccolto, dalle persone che ha conosciuto e dai luoghi che frequenta. La prefazione a questo libro è venuta di getto perché sentita, vera, sincera. Tra le altre cose definisce il libro una sorta di “esame istologico”, perché Roma la amiamo ma è evidente che in questo momento si tratta di una salma…
Lo scrittore siciliano arriva a Roma nel 1982, quando a Palermo c’era la guerra di mafia, quindi la città non può che essere ai suoi occhi terra di pace. Non si porta dietro gli strascichi di quanti stavano già a Roma negli anni Sessanta/Settanta, negli anni di Piombo e degli scontri tra rossi e neri. Negli anni Ottanta, frequentando la Roma mondana del Bar della Pace, quelli che si conoscevano da anni si additavano a vicenda in base al proprio recente passato. Per lui erano solo “cazzari al bar col ginfizz”.
Certo, l’autore ammette candidamente che il suo è uno sguardo da privilegiato ma per chi deve “lavorare” davvero la città è un inferno. Già fisicamente c’è una distanza tra chi come lui sta arroccato sulla collina rispetto al centro dove c’è la vita vera.
Divide Roma almeno in tre fasce: quella dove vivono i primari (Parioli); quella dove vivono i medici (tra gli altri i quartieri di Monteverde vecchio e Flaminio); e tutto il resto, dove vivono infermieri, ferristi e portantini.
A suo avviso Roma dovrebbe essere dichiarata “città chiusa” perché va preservata in quanto spettacolo irripetibile. I suoi abitanti dovrebbero essere pagati – magari dall’Unesco – per non fare nulla, cioè impersonare loro stessi in un luogo che è un unicum archeologico, storico, orografico.
Personalmente l’autore vorrebbe gli venisse riservato il ruolo di comparsa come colonnello dei Lancieri o dei Dragoni nel luogo più Belle Époque di Roma, il laghetto di Villa Borghese.
Certo la vastità di Roma è tale che richiederebbe minuzia di controlli e continui interventi. Ma lo sguardo di Barbara Palombelli nota come sembri spenta completamente la volontà del quartiere di migliorarsi. Manca uno spirito civico diffuso che invece animava ad esempio la stagione del post-Sessantotto, con i cittadini pronti a fare proposte agli amministratori per risolvere problemi.
Oggi invece siamo nella fase degli “acquerelli”, come quelli che tra Sette e Ottocento ritraevano le rovine, gli animali che pascolavano, le prostitute e i mendicanti.
Siamo nel momento della contemplazione della disperazione. Per superarlo bisogna fare pace con gli ultimi della città e includerli dentro, coinvolgere quanti sono ai margini.
Abbate ha il merito di elevare a “storia” anche i luoghi e le persone meno importanti. Ad esempio battezza il Dagostale, la casa di Roberto D’Agostino.
Rispetto al disincanto di Verdone e Abbate, quello della giornalista è uno sguardo più ottimista sul presente e futuro della città perché alcuni luoghi passano ma se ne creano altri: c’è ad esempio Ponte Milvio, c’è il Pigneto. Bisogna andare a cercare e creare artisti “altrove”.
Verdone conclude con l’invito a rileggere nel Viaggio in Italia di Montesquieu le pagine dedicate a Roma e al carattere dei romani, in cui il filosofo aveva colto già tutto il cinismo e la sciatteria dei romani ma allo stesso tempo la magnificenza della città, che lo affascina e lo demoralizza insieme. Siamo nella prima metà del Settecento e sembra di leggere della Roma di oggi…
Il libro ho iniziato a leggerlo in maniera disordinata, saltando da un capito all’altro senza una regola precisa, facendomi semplicemente incuriosire dai titoli e davvero è una miniera di storie, aneddoti, curiosità.
Ci sono i luoghi naturalmente: quelli da cartolina, visti però in dettagli inaspettati o da una nuova angolazione – Piazza di Spagna, Fontana di Trevi, Cappella Sistina, Bocca della verità – e quelli meno scontati ma altrettanto significativi per delineare la geografia composita e articolata di una metropoli dalle mille facce – Il cinema Azzurro Scipioni, La via del Mare, L’acquedotto romano visto dall’area fumatori dell’Ikea –.
Ci sono i personaggi – attori, artisti, politici, tassisti, palazzinari – e poi le divagazioni socio-antropologiche in piena libertà: Il cocainomane dei Parioli in Smart, Passatempi da trattoria, Le buche stradali, Presenzialisti e accompagnatori romani, La leggenda metropolitana delle jeanserie di via del Corso, Gli autisti dei politici.
Sono nata a Roma ma sono sicura che questo libro mi offrirà sulla “mia” città un punto di vista e spunti di riflessione nuovi. Nelle pagine di Abbate scorrono luoghi, dettagli, storie che mi daranno sicuramente una nuova prospettiva sulla mia Roma, una meravigliosa, complicata città in tutta la sua affascinante contraddittorietà, con cui spesso relazionarsi quotidianamente non è semplice.

Fulvio Abbate
Roma vista controvento
Bompiani
720 pagine
19 euro

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