L’eredità Ferramonti

ImmagineHo intrapreso un’opera vasta di osservazione, nella quale i punti d’ombra e di luce si avvicendano naturalmente, come s’avvicendano nella battaglia umana, di cui tento ritrarre alcuni episodi. Quello che segue è fitto di ombre”.

Elliot si conferma punto di riferimento per gli amanti dei romanzi come me, continuando a proporre nel proprio catalogo, insieme a opere completamente inedite, titoli da riscoprire, nel caso di autori stranieri con nuove traduzioni (Ragazze di Campagna, Alice Adams…), nel caso di quelli italiani riproponendo titoli un po’ dimenticati… Appartiene a questa seconda categoria L’eredità Ferramonti di Gaetano Carlo Chelli, pubblicato nel 1883 con buon successo, poi dimenticato per decenni e riproposto da Calvino nella collana “Centopagine” di Einaudi. Interessante davvero l’idea di ripubblicare opere di autori poco conosciuti, rimasti in secondo piano nell’orizzonte sterminato della letteratura italiana per non aver ricevuto l’attenzione che avrebbero meritato per cause contingenti, o rovesci di fortuna, fraintendimenti della critica o magari schiacciati sotto il peso di personalità a loro vicine che ne hanno messo in ombra i meriti letterari. È probabilmente questo il caso del romanzo di Chelli, autore che si inserisce nel filone verista, di cui la bella introduzione a cura di Riccardo Reim ci fornisce alcune coordinate cronologico-biografiche e spunti critici e bibliografici. In particolare, mi ha molto colpito il giudizio di Pier Paolo Pasolini, che ha recensito questo romanzo nel 1973: “Dopo Verga e prima di Svevo, il più grande narratore italiano dell’Ottocento”… come anche scoprire che L’eredità Ferramonti sia stato scritto prima de’ I Vicerè di De Roberto (1894) a cui per prossimità cronologica e, per certi versi, tematica avevo accostato il libro di Chelli leggendone la presentazione.
Il romanzo si svolge nel 1876, nella Roma post-unitaria, in cui il toscano Chelli arrivò per lavorare come giornalista e poi impiegato nella Manifattura dei Tabacchi, entrando in contatto con la borghesia dei burocrati del nuovo Stato in costruzione, che si andava affermando in quegli anni. È la Roma in cui agli ideali risorgimentali presto si sostituiscono l’affarismo e la speculazione, la Roma degli scandali finanziari scoppiati sotto il peso delle collusioni tra politica e affarismo, in una impressionante corrispondenza con quanto le cronache attuali continuano a proporci quotidianamente… Brusco deve essere stato il risveglio di Chelli, che aveva aderito agli ideali risorgimentali, arruolandosi come volontario nell’esercito nel 1866, non ancora ventenne, arrivando nella capitale nel 1874 e trovandola ostaggio di politici e burocrati ambiziosi e senza scrupoli, corrotti speculatori che dietro l’apparenza di rigore e integrità covano solo propositi di arricchimento. Di questa umanità preda di avidità e ambizione ci lascia un ritratto vivido e impietoso attraverso la vicenda densa di ombre dell’eredità contesa tra i figli di Gregorio Ferramonti, protagonista di una rapida ascesa sociale da garzone a proprietario di bottega a ricco borghese, anche grazie a capitali di origine misteriosa portatigli in dote da una moglie precedentemente sposata con il cameriere di un monsignore, che sette mesi scarsi dopo il matrimonio darà alla luce il loro primo figlio, Mario… La dissennatezza del primogenito, oggetto di pettegolezzi e dicerie per la sua nascita, viziato dalla madre e dedito a vita dissoluta, incrinerà inesorabilmente i rapporti tra il padre e gli altri figli, il secondogenito Pippo, rozzo e mediocre, e la figlia minore Teta, gretta e invidiosa. I due si allontaneranno dal padre, biasimandone la condiscendenza verso la vita di scapolo impenitente e amante del lusso e dei piaceri del primogenito, invischiato in relazioni equivoche e perdite ingenti di denaro in affari poco chiari e cercheranno riscatto in matrimoni controversi, rimanendo entrambi succubi dei rispettivi coniugi. Pippo, inetto e volgare, verrà soggiogato dalla moglie Irene Carelli, donna bellissima e calcolatrice, vero genio dell’intrigo e della macchinazione, che tutto tenterà per mettere le mani sul patrimonio del suocero; Teta si affiderà completamente alla lungimirante mediocrità di Paolo Furlin, grigio impiegato ministeriale inizialmente critico e polemico nei confronti delle inefficienze a cui quotidianamente deve assistere nell’esercizio del suo lavoro, ma progressivamente inglobato nel sistema della farraginosa ma remunerativa macchina dello Stato, in cui trova una leva di affermazione personale, avviandosi verso una brillante carriera di burocrate e forse di futuro politico. La contesa sull’eredità sarà senza esclusione di colpi tra accuse e recriminazioni, rancori, cambi di alleanze, fino a sfociare nella vera e propria battaglia legale e ognuno farà affidamento sulle armi a propria disposizione: intrigo, seduzione, raggiro, ricatto… Chelli descrive con impassibile lucidità le dinamiche che guidano i protagonisti nelle loro azioni, non arretrando di fronte all’avidità, alla bassezza, all’ipocrisia e al calcolo più freddo ma lasciando che ognuno si muova davanti ai nostri occhi per quello che è. Colpisce in effetti nel romanzo, anticipato, del resto, dalla breve premessa che l’autore sente il bisogno di inserire prima dell’inizio del racconto, l’assenza di personaggi positivi, essendo tutti più o meno animati da un secondo fine nel loro agire e praticando a seconda del proprio interlocutore l’arte sopraffina della dissimulazione, a cominciare appunto dal funzionario Furlin, che ci tiene oltremodo a mantenere un’apparenza di rispettabilità e integrità per sé, la propria casa e la propria moglie, ma quando si presenta il problema di disporre dei capitali che costituiscono l’eredità del vecchio Ferramonti, si oppone fino all’ultimo a procedere con una causa legale, per evitare così di coinvolgere il Fisco nelle procedure di successione…

Gaetano Carlo Chelli
L’eredità Ferramonti
249 pagine
€ 18,50

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