I corrotti e gli inetti. Conversazioni su Machiavelli

ImmagineIn attesa di dedicare il lungo weekend pasquale a sessioni di lettura intensiva, (nelle ultime settimane ho fatto letteralmente incetta di libri, che ora troneggiano in pile suddivise per ordine di priorità sul mio tavolo…), ho pensato di trascrivere qui alcuni spunti interessanti dell’incontro di Martedì scorso alla libreria Fandango di Roma, per discutere di politica e di storia d’Italia, partendo dalla recente pubblicazione del volume I corrotti e gli inetti. Discorsi su Machiavelli, libro in forma di intervista a Gennaro Sasso, a cura di Antonio Gnoli, edito da Bompiani. Insieme ai due autori erano presenti Giacomo Marramao e Alberto Asor Rosa.
Considero occasioni come questa preziose per rispolverare e approfondire autori e argomenti che mi riportano agli anni dell’università, come del resto alcuni volti presenti in libreria (e quindi, oltre al valore prettamente critico-letterario, contengono anche una forte carica di nostalgia…) e per (ri)prendere in mano testi fondativi della nostra storia della letteratura, certo non di facilissimo approccio ma, anche prescindendo dal contenuto politico o storiografico, scritti in un italiano meraviglioso.
Mi prendo la libertà di non rispettare fedelmente l’ordine degli interventi, per inserire in apertura quello del giornalista Antonio Gnoli, che ha spiegato com’è nata e come ha via via preso forma l’idea del libro. Naturalmente, il 2013 è stato il cinquecentenario della pubblicazione del Principe, ma l’anniversario è stato solo in parte l’occasione da cui è partito il libro, frutto invece di ragionamenti iniziati casualmente tra i due autori e proseguiti in libertà, senza preconcetti, con la volontà di realizzare un piccolo tassello divulgativo su un pensiero spesso frainteso, come quello del segretario della Cancelleria della Repubblica di Firenze, e rendere giustizia a un grande studioso come Gennaro Sasso, che si è sempre mosso sul crinale tra ricerca storica e filosofica, incarnando quindi il dualismo tra mondo dell’empiria e mondo della verità, della filosofia, dualismo che si manifesta molto forte nel pensiero machiavelliano. Il rapporto tra virtù, fortuna e necessità dà luogo all’assillo principale di Machiavelli, quello dell’insecuritas. Si tratta di una figura centrale nella nascita della modernità: dà alla politica uno sguardo soggettivo, ricavandolo dall’analisi della realtà effettuale. Ili suo pensiero politico prende origine da una frattura, dalla consapevolezza che il germe della decadenza è nella stessa Repubblica romana, che confluisce nell’Impero per poi rovinare definitivamente. Straordinaria è la sua sensibilità nel ricondurre la riflessione al momento storico che sta vivendo (la crisi degli Stati “italiani” esposti alla minaccia dell’invasione da parte delle grandi monarchie europee, la Francia e la Spagna, tra XV e XVI secolo).
Strada facendo, però, gli autori si accorgono che il tema della decadenza ricade sul presente e influenza la scansione data ai sei capitoli, nella loro composizione e sequenza. Con tutta evidenza il titolo getta un ponte verso la situazione politica contemporanea: niente è più vicino a noi in questo momento storico, in cui corruzione e inettitudine sono quasi diventate categorie politiche. In particolare la corruzione, da esperienza individuale si è trasformata in elemento sistemico, percepito quasi come ineliminabile, si siede al tavolo delle trattative politiche. Ed è qualcosa che Machiavelli intuisce da subito. Quello che ci devasta e ci rende anomali rispetto ad altre entità politiche, lo troviamo in Machiavelli già presente e, cosa che forse ci colpisce di più, spesso ciò avviene nella sua assunzione anche nelle forme del comico, ad esempio nella Mandragola, dove nel personaggio di fra’ Timoteo – prete corrotto, pronto a mentire e ingannare sotto compenso, che cerca però di convincere l’ascoltatore, ma in fondo anche se stesso, che agisce così per fare del bene – si condensa l’antropologia dell’italiano medio.
L’altro aspetto che ci contraddistingue, l’inettitudine, è in sostanza dedizione all’immobilismo, monumento alla burocrazia. Fa sì che gli eventi accadano all’interno di un sistema che non conosce per questo un’evoluzione ma anzi progressivamente “marcisce”.

Sul fatto che il pensiero di Machiavelli sia stato in molte occasioni e per molto tempo frainteso sono concordi praticamente tutti i relatori e ognuno di loro si preoccupa nel proprio intervento di evidenziare in particolare su quali aspetti, mettendo in luce gli elementi del pensiero machiavelliano che invece dovremmo riscoprire o approfondire con nuove letture.

Giacomo Marramao
ha realizzato una sorta di excursus sui punti di rottura e di grandezza del pensiero machiavelliano, con cui di fatto irrompiamo nella modernità della teoria politica. La diagnosi di Machiavelli non prende le mosse dagli uomini come dovrebbero essere ma dagli uomini come sono; ma il disincanto non sconfina mai nel cinismo e nell’indifferenza, intesa come rinuncia al cambiamento. La forza della politica è espressione di una sintesi tra passione e intelligenza delle cose. In lui troviamo sempre un doppio punto di vista: quello che parte dal popolo e quello che parte dal principe. Attenta e precisa è la costruzione del modello di riferimento, la costituzione mista polibiana, in cui l’equilibrio dinamico tra i poteri deve garantire la dinamicità e la vitalità dello Stato. Proprio a Machiavelli, a questo proposito, si riconosce il primato in Occidente di aver utilizzato il termine Stato come astrazione, ad intendere la “macchina” di governo della cosa pubblica, non l’entità fisica, geografica. La politica, se non ha una carica energetica in grado di tenere insieme l’elemento della decisione e della passione e gli interessi popolari, è destinata alla “ruina”.

Le considerazioni di Alberto Asor Rosa hanno in parte ripreso, e per certi aspetti approfondito, quanto già espresso nella recensione apparsa su Repubblica il 3 dicembre scorso. Innanzitutto, Asor Rosa ci invita a prestare dovuta attenzione al fatto che il libro sia scritto in forma di intervista, in cui si dipana la sapienza ermeneutica di Gnoli nel far emergere e sistematizzare la lettura dei testi, in forma agevole ma profondamente dialettica. Il volume si compone di sei capitoli, di cui è importante riportare i titoli in sequenza per seguire il filo di un ragionamento, che salta agli occhi chiaramente se li si legge in successione:

1. Il ritorno del Principe
2. La religione del nichilismo
3. L’imitazione del mondo antico
4. Dove portano i tumulti
5. La decadenza imperante
6. L’Italia si è persa

Con tutta evidenza, dunque, gli autori planano sull’Italia di oggi, già così potentemente contenuta in nuce nelle riflessioni di Machiavelli
.
Sono essenzialmente tre i punti su cui la critica ha comunemente sviato nell’interpretazione del pensiero machiavelliano, dando origine a distorsioni o fraintendimenti: innanzitutto il fatto di trovarci di fronte a un pensatore profondamente anticristiano, il che nell’Europa tra Quattro e Seicento è un dato rarissimo, se non unico; l’idea, che Machiavelli ricava dall’antico, che il mondo, siccome non è stato creato, è eterno e quindi i suoi sommovimenti si ripetono con regolarità, anche se assumendo aspetti diversi di volta in volta; l’idea che la storia umana si svolga lungo un piano inclinato, che tende verso il basso. Mettendo insieme questi tre punti e osservando Machiavelli nella valutazione della storia e della storia politica del suo tempo, se ne ricava che abbiamo a che fare con un pensatore drammatico, anzi “tragico”, posto di fronte ad antinomie irrisolte. Esplora il mondo della politica ma non arriva, o arriva poco o quasi mai, ad inventare soluzioni che possano realizzarsi concretamente. Mette argine alla decadenza ma la decadenza finisce per prevalere. Quasi Gnoli perseguita Sasso su uno di questi punti: Machiavelli pensatore tragico, pensatore della decadenza, quindi Machiavelli pensatore nichilista?

Gennaro Sasso a questa visione non ci sta e, riprendendo alcune questioni emerse durante gli interventi degli altri relatori, ci tiene a ripercorrere il suo rapporto di una vita con Machiavelli, scoprendo che quello che Machiavelli aveva detto dell’Italia e della sua storia sempre più andava chiarendosi come corrispondente a verità. Sasso ha avuto a che fare con due date celebrative nel corso della sua vita finora: l’anniversario della nascita di Machiavelli, nel 1969, e il cinquecentenario della pubblicazione del Principe. In questo periodo, tra il 1969 e il 2013, si è trovato di fronte a mistificazioni per annullamento di quello che è stato effettivamente il testimone dell’incapacità politica di questo paese. La rabbia scaturita dalla presa d’atto di queste incomprensioni/rimozioni si è rasserenata nel corso delle conversazioni confluite nel libro. Il primo lavoro su Machiavelli è del 1958, periodo in cui per i maggiori studiosi il segretario fiorentino era sostanzialmente l’autore del Principe, ritenuto un grande libro; le opere storiche venivano invece considerate imprecise e comunque di minor valore dal punto di vista storico-politico. Nelle Istorie Fiorentine, Machiavelli scrive che da quando l’Impero romano si è dissolto, non si è più riusciti a fare politica in questo paese, se non in maniera assolutamente momentanea, contingente. La ragione per cui non si parte mai dalle Istorie Fiorentine sta dentro la storia italiana, perché il libro è stato rifiutato per la tragicità che conteneva, perché questa verità profonda del paese non venisse a galla. Altra grande rimozione è stata quella dell’anticristianesimo. Se Machiavelli ritiene che il mondo è eterno e non è stato creato, non può essere cristiano. Sostiene che il cristianesimo ha rovinato il mondo, ma questo concetto viene travisato/rimosso dalla critica introducendo la differenza tra cristianesimo passivo, avversato, e cristianesimo virtuoso, che però in realtà è il paganesimo…
Per quanto riguarda il fondamentale rapporto tra verità ed empiria, non è possibile leggerlo come rapporto e nemmeno come non-rapporto. È una questione che riconduce al problema della Costituzione e dell’esercizio della politica. In effetti nel discorso costituzionale o vibra l’elemento della politica, e quindi della forza (chiarezza delle idee, dell’agire politico), o è un discorso in cui si dispiega solamente l’elemento teorico-filosofico. Evidentemente si tratta di un tema che ha grandi implicazioni nel presente politico, preda di un conservatorismo immobile. In conclusione l’invito è quello di ripensare il problema di Machiavelli insieme al problema della storia italiana, che di fatto non è mai riuscita a produrre una sintesi politica che abbia retto a una prova difficile (la costruzione risorgimentale di fatto è crollata sotto il peso della prima guerra mondiale).
Sasso ci invita a (ri)leggere Machiavelli in relazione alla storia italiana, quella prima e dopo di lui; invita a farlo soprattutto i giovani, ma dobbiamo prendere atto che in sala non ce ne sono…

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