“La scena e lo schermo” – Incontro con Mario Martone a Roma… aspettando Leopardi

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La nascita di un film è segnata da un punto di attrazione inspiegabile. È un punto che si può trovare in un libro, in una storia raccontata, per strada o parlando con un amico, non fa nessuna differenza. È una sensazione. Questo punto si accende, si illumina e ti attrae perché tu lo raggiunga”. (M. Martone)

Speravo che l’incontro di ieri a Roma per presentare il volume appena pubblicato da Donzelli sul regista napoletano, La scena e lo schermo, fosse anche l’occasione per parlare un po’ del suo nuovo film su Giacomo Leopardi. Soprattutto speravo di sentir raccontare come nasce in un regista degli anni Duemila l’idea di realizzare un film su uno scrittore del XIX secolo, per di più così complesso, di assoluta grandezza poetica ma soprattutto intellettuale, incompreso dai suoi contemporanei e a lungo anche dalla critica dopo la sua morte.
In effetti, devo dire che è stato molto emozionante il fatto che l’argomento Leopardi, inizialmente tenuto in disparte dai relatori, si sia fatto via via spazio, monopolizzando una buona metà dell’incontro, testimoniando interesse e una grande aspettativa intorno a questo nuovo progetto cinematografico…
Il regista ha raccontato con onestà e candore di non essere ancora “uscito” dal confronto con Leopardi, personaggio impegnativo, non solo culturalmente ma umanamente. Personaggio che ha cominciato a premere durante la realizzazione di Noi credevamo; il tentativo di respingere una personalità così pesante e complessa è (fortunatamente) fallito. Certamente importante è stata l’esperienza dell’adattamento teatrale delle Operette morali, che Martone ha curato nel 2011 e tuttora in tournée in Italia (con puntate di grande successo anche all’estero); ma in realtà un primo incontro con il poeta di Recanati c’era stato già dieci anni fa, nel 2004, a teatro, nel Trittico napoletano, lavoro incentrato su tre personaggi, tre artisti non napoletani, per cui Napoli ha rappresentato, in epoche diverse, non solo un luogo geografico in cui fermarsi temporaneamente ma una suggestione feconda per il loro immaginario e la loro produzione artistica, Caravaggio, Anna Maria Ortese e Leopardi, appunto. Tra l’altro scopriamo che proprio a un racconto della Ortese si deve l’aggettivo utilizzato nel titolo del film “favoloso”, riprendendo proprio un’espressione da lei utilizzata per raccontare la visita della tomba di Leopardi, a Napoli:

Così ho pensato di andare verso la grotta,
in fondo alla quale, in un paese di luce,
dorme, da cento anni, il giovane favoloso.”
(Pellegrinaggio alla tomba di Leopardi contenuto nella raccolta Da Moby Dick all’Orsa Bianca-Scritti sulla letteratura e sull’arte, Adelphi 2001)

Il fascino di una personalità come quella di Leopardi ha a che fare con le illusioni naturali dell’anima e la loro perdita. Nessun libro, nessun film su Leopardi potrà essere esaustivo e il regista dichiara che in effetti potrebbe realizzarne altri sei, sette, vista la complessità dialettica, contraddittoria, umana del personaggio.

Le Operette morali sono arrivate per puro caso, nel 2011, anno di celebrazioni, quando Martone era in cerca di un grande testo italiano da mettere in scena: un treno perso, una provvidenziale libreria in stazione e il volumetto capitato sottomano per ingannare il tempo… Rigoroso e meticoloso è stato lo studio della lingua di Leopardi che trasmette vita e vitalità, nonostante tutta la sofferenza che contiene.
L’incontro si è rivelato fecondo anche per il particolare momento storico in cui è avvenuto. Dopo tanti anni di lavoro, di impegno, speranze, una fase di profonda disillusione e spaesamento. La realtà condiziona anche il racconto che di questa realtà si tenta di dare e il modo di raccontarla. Il lavoro del cinema si trasforma attraverso il rapporto con la realtà e la società. Il regista riconosce di aver attraversato tanti momenti di delusione, disillusione… Ricorda le serate di eccitazione e aspettative per la caduta del muro di Berlino, con la convinzione che una nuova fase si stava aprendo, la speranza che una realtà diversa, rimasta intatta al di là del muro, non contaminata dal capitalismo occidentale, avrebbe rappresentato un modello alternativo o magari avrebbe contagiato e pervaso finalmente di sé il resto. Invece è accaduto esattamente il contrario…. Ricorda, Martone, il ripiegamento e l’inquietudine dopo l’11 settembre… Il mondo si restringe. Cambia il modo di vedere la realtà, cambia la regia, che è un modo di reagire a quel che accade, risente della vita interiore e della vita sociale. Da qui, dalla riflessione sul terrorismo, parte l’esigenza di ritornare all’800, alla nostra storia che invece aveva ricoperto il risorgimento di una patina priva di increspature. Affiorano le domande sulla nostra storia, sulla storia del momento in cui il nostro paese è nato. Nasce così Noi credevamo. Progressivamente passato e presente, figure e avvenimenti, si sovrappongono.

In un percorso artistico che si è misurato con la stessa intensità e fecondità sia con il teatro che con il cinema, il teatro si configura spesso come laboratorio, cantiere in cui lavorare con archetipi che vengono fuori e poi si ripropongono nel cinema. La sceneggiatura del film è stata scritta insieme ad Ippolita di Majo, con cui Martone ha realizzato l’adattamento teatrale delle Operette, prese nel loro insieme, non singolarmente (come purtroppo avviene a scuola). Libro di tanti segmenti che si uniscono in un tutto, sorta di cosmogonia favolosa in cui Leopardi si butta nella mischia, diventando uno dei personaggi della dialettica messa in scena. L’autore diventa di volta in volta personaggio ma mette in scena non solo la sua posizione ideologica ma anche le altre, opposte. Riavvolgendo il filo delle opere realizzate da Martone sia per il teatro che per il cinema, si configura quella che potremmo definire una “genealogia” Leopardi-Gramsci-Pasolini. Autori che incarnano un rapporto fertile con il passato e con il tragico che è nel passato, passato che vive e deve vivere. Comune ai tre un’incapacità di fondo di risultare organici in correnti intellettuali-politiche contemporanee caratterizzate da una visione ottimista-progressista (le Operette ebbero diversi problemi di censura e non vinsero il premio della Crusca nel 1829, a cui l’autore teneva anche per ragioni economiche, e il premio lo vinse Carlo Botta con la Storia d’italia). Autori che manifestano posizioni decisamente problematiche rispetto alla società del proprio tempo. Certamente in Leopardi la forza del passato è molto presente e viva, il passato è molto forte ma lo proietta molto più avanti dei suoi contemporanei. Veniva da molto indietro, guardava molto indietro per andare molto avanti.

Incontrarsi con Leopardi significa chiedersi cosa accade quando cadono le illusioni. Cosa succede nel cinema quando cadono le illusioni? In Martone rimane sicuramente fortissima l’etica della forma, del rigore della costruzione scenica, dell’inquadratura.

Il film è adesso alle prese con la fase delicatissima del montaggio e il regista, forse per scaramanzia, non si sbilancia oltre su tempi e su come procederà il lavoro… Attendiamo fiduciosi, ma con impazienza, prossimi sviluppi…

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