Le brave ragazze non leggono romanzi

Immagine“Quando sarete fuori da queste pagine mi permetto di sperare che abbiate perso per strada almeno una cosa: l’ingenuità. E staccato tutti i convenzionali quadretti di lettrici da tutte le stanze della vostra casa. Al loro posto non pretendo che teniate la scultura iperrealista del cadavere di Madame Bovary fatto a pezzi da Flaubert. Però magari serbare memoria di com’è andata, questo sì. Potrebbe essere utile. E che finalmente si abbia il coraggio di dirlo, che quel cadavere siamo noi”.

Attirata da queste parole riportate sulla copertina, ho acquistato il saggio di Francesca Serra con curiosità e molte aspettative, visto che sono una lettrice di romanzi fin dall’adolescenza e, quindi, ho pensato che il libro parlasse anche di me… Certo, il titolo non lasciava presagire nulla di buono ma mai avrei immaginato di scoprire che sono una “pornolettrice”. Tutte le donne-lettrici lo sono. Sarà, dunque, il caso di abbandonare una volta per tutte l’immagine idealizzata della lettrice desiderosa di erudirsi ed emanciparsi, che, in effetti, tenevo anch’io ormai da molti anni nella mia stanza, proprio grazie ai romanzi, le cui protagoniste sono molto spesso lettrici e, quindi – ho sempre pensato – creature più sensibili, curiose e intelligenti della media. Niente di tutto questo.
Francesca Serra, senza andare troppo per il sottile, ci descrive chiaramente, da autrice-lettrice a lettrici, le conseguenze negative prodotte dal contatto tra la mente femminile e i libri, due soggetti che “non sono nati insieme, anzi per molti secoli hanno vissuto beatamente scansandosi” e che, incontrandosi, hanno prodotto una vera e propria rivoluzione.
Proseguendo nella lettura, scopriamo che quello della lettrice è nient’altro che un congegno, architettato sapientemente da scrittori e critici (uomini) per alimentare, in virtù della propria “impressionabilità” fisica, e dunque mentale, il più rivoluzionario e sconcertante fenomeno culturale a cui la comunità letteraria abbia mai assistito: la diffusione della letteratura su larga scala, e il conseguente consumo di massa di libri, che coincide proprio con il periodo in cui il romanzo si afferma definitivamente sulla scena culturale come genere di maggior successo, il XVIII secolo.
Il Settecento è il secolo in cui il libro inizia a uscire dalle biblioteche – in cui era rimasto chiuso per secoli, accessibile soltanto ad alcune categorie di uomini eruditi (monaci, giuristi, accademici, etc.) – si riduce nelle dimensioni e finisce sulle toilette delle signore, insieme ad altre cianfrusaglie frivole, diventando dunque in tutto e per tutto un oggetto di consumo (come gioielli, profumi, cosmetici). Il nuovo genere, in un nuovo formato più accessibile e maneggevole, si presta a una lettura veloce, frenetica, superficiale e divoratrice, soprattutto da parte del pubblico femminile, scatenando paure e biasimo nei critici e letterati.
Il punto è che quando una donna prende in mano un libro, nella fattispecie un romanzo, lo fa assecondando una “voglia”, un desiderio di appagamento che non è semplicemente legato alla lettura ma si porta dietro ben di più… Ebbene sì, il desiderio e la voglia di leggere hanno a che fare con il desiderio e le voglie sessuali: tutto praticamente nella donna ha a che fare con questo genere di desideri, perché la donna è una creatura in cui la capacità generatrice prende il sopravvento sulle altre facoltà e condiziona il suo corpo – permettendole di generare figli – ma anche la sua mente, incredibilmente propensa a “generare” immagini, attività, quest’ultima, in cui la lettura gioca un ruolo di stimolo eccezionale, provocando però conseguenze disastrose. L’immaginazione prende il sopravvento sulla realtà ed è la fine: la perdita dell’innocenza per la donna, che non sarà più in grado di accontentarsi della vita reale e desidererà sempre di più appagare un desiderio di nuove avventure e nuove immagini, che invece si autoalimenterà all’infinito.
È davvero tagliente l’ironia con cui l’autrice porta avanti il suo ragionamento, squadernando sotto i nostri occhi con agilità e precisione una lunga teoria di fonti (tutte maschili!): scrittori – da Shakespeare, a Tasso, a Sterne – filosofi – naturalisti del XVI e XVII secolo, Platone, Rousseau – ma anche medici, pedagoghi, predicatori e trattatisti di vario genere, per ricostruire appunto la relazione ambigua che si instaura tra libri e donne in virtù della particolare complessione di queste ultime, così facili ad impressionarsi, cioè, letteralmente “essere impresse”, segnate dagli stimoli esterni, e caratterizzate da una così stretta correlazione tra impressioni del fisico e della mente da mettere a repentaglio l’equilibrio di entrambi.
Dove porta questa pericolosa reazione a catena, infatti, ce lo descrive in maniera minuziosa e implacabile Gustave Flaubert nel personaggio di Emma Bovary, forse la lettrice più famosa di sempre, che in giovane età ha letteralmente “avvelenato” la sua mente con i romanzi, storie d’amore e avventure sentimentali. Emma morirà del male di “aver conosciuto l’immagine prima della realtà: e di averne goduto follemente, senza più riuscire a volere altro”. Il suo cadavere simboleggia in un certo senso proprio quell’innocenza che i romanzi uccidono nelle proprie lettrici, sacrificata alla causa del mercato letterario, bisognoso di un pubblico vorace e appassionato, di donne, “consumatrici” per eccellenza (di libri come di scarpe, borse, abiti, etc.). Flaubert, dunque, crea e poi deve uccidere il personaggio di Emma, cioè della donna-lettrice, soggetto nuovo – abbiamo visto – necessario ad alimentare il nuovo fenomeno del consumo di massa del libro ma, a sua volta, da esso generato. Un soggetto davvero pericoloso per l’equilibrio familiare e sociale, perché in linea di massima, prima di questa vera e propria rivoluzione culturale, le donne difficilmente avevano accesso ai libri e questo incontro viene ritenuto rischioso e potenzialmente sovvertitore: le protagoniste dei romanzi sono donne intelligenti e coraggiose, che rompono gli schemi sociali e lottano per la propria affermazione nella società o per amore. Rischiano di essere dei modelli “negativi” per delle giovani menti femminili impressionabili, e quindi è giusto che una lettrice accanita come Emma muoia! Tanto l’autore sa che rinascerà continuamente, in ogni lettrice che riprenderà in mano la sua storia e la rivivrà con avidità fino alla fine.

Questo saggio di Francesca Serra mi è sembrato perfetto – già solo per il titolo – per iniziare la mia avventura telematico-letteraria, perchè contiene spunti di riflessione sul rapporto con la lettura, con cui ho ritrovato molte affinità e che mi permettono di tralasciare, almeno per il momento, l’inserimento di descrizioni o profili in cui farei fatica a riconoscermi… Lettura godibilissima, che mi ha fatto ripensare al momento in cui i libri sono diventati per me veri e propri oggetti del desiderio. Proprio grazie ai romanzi ho scoperto il “piacere” della lettura: la possibilità di vivere tante realtà parallele, conoscere storie, personaggi, viaggiare nello spazio e nel tempo e anche tanti diversi caratteri umani, sentimenti, pensieri. Quando poi le storie si intrecciano con la Storia, realtà e finzione si esaltano a vicenda, unendo il piacere della conoscenza a quello dell’evasione pura. Tutto questo avrà forse irrimediabilmente influenzato la mia indole sognatrice e idealista, (oltre che le mie scelte scolastiche), alimentando il mio spirito curioso, una certa difficoltà di fermarmi alla superficie delle cose e “accontentarmi” della realtà?  

Le brave ragazze non leggono romanzi
di Francesca Serra
Bollati Boringhieri
€ 12,00

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