Max Perkins – L’editor dei geni

Perkins si stava ancora schierando con gli scrittori emergenti e stava sfidando quelli che aveva già pubblicato a sperimentare cose intentate. Nel 1944 Malcolm Cowley commentò l’effetto che questa politica ebbe sull’azienda di Perkins. “La Scribner, quando lui andò a lavorare lì, era una fantastica casa editrice, con un’atmosfera da salotto della regina Vittoria” disse. A causa di Perkins e dei suoi impetuosi cambiamenti, quella casa editrice “fece un salto improvviso dall’età dell’innocenza al cuore della generazione perduta”.


La figura di Maxwell Perkins mi ha incuriosita fin dalla prima volta che ho letto il suo nome, nella prefazione di O Lost di Thomas Wolfe (Elliot, 2014), che ricostruiva la genesi appassionante e travagliata del romanzo d’esordio dello scrittore americano contemporaneo di Hemingway e Fitzgerald, frutto proprio della feconda quanto burrascosa collaborazione tra l’autore e l’editor della casa editrice Scribner’s Sons. Perkins mi colpì perché veniva appunto presentato come colui che aveva reso possibile la pubblicazione di alcuni tra i più grandi scrittori americani del Novecento, lasciandomi però allo stesso tempo un po’ perplessa perché nel testo veniva spiegato che, rispetto al manoscritto originario, il romanzo di Wolfe venne pubblicato a seguito di imponenti tagli, tra cui la lunga prefazione (circa 150 pagine).
Il film di Michael Grandage uscito in Italia lo scorso inverno, Genius, che si concentra proprio sul rapporto particolare che legò Perkins e Wolfe, non ha soddisfatto in pieno le mie aspettative su questo personaggio ma ha alimentato ulteriormente la mia curiosità soprattutto rispetto al rapporto tra autore ed editor,  che fu una questione molto importante nel sodalizio tra i due.
Il passo più conseguente è stato andare alla radice, la biografia scritta da Andrew Scott Berg, che ha vinto il National Book Award nel 1978, pubblicata in Italia nel 2013 (Elliot), in cui la vita di Perkins è ricostruita utilizzando contributi di quanti lo conobbero, articoli di riviste e, soprattutto, lettere (l’editor ne dettò qualcosa come 10.000 nel corso della sua carriera).
Penso sia impossibile per un appassionato lettore non rimanere affascinato dalla figura di Maxwell Perkins, l’uomo che ha rivoluzionato il ruolo dell’editor e allo stesso tempo il volto della letteratura americana del Novecento, aprendo la casa editrice Scribner’s Sons – fino ad allora sinonimo di un certo rassicurante conservatorismo ancorato alla tradizione vittoriana – alle più interessanti novità del panorama letterario contemporaneo.
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I Beati Paoli

Paoli“Fino a che il mondo non sarà mutato e vi saranno da un lato uomini privilegiati ai quali tutto è lecito, e a cui benefizio sono fatte le leggi, ed uomini condannati a patire tutti gli arbitri e tutte le violenze, è necessario creare una forza che s’opponga, arresti, impedisca questi arbitri; è come una specie di pareggio di forze. E non è una cosa nuova. Credete voi forse che i Beati Paoli siano sorti ora? Conoscete la storia? Ai tempi di Federico imperatore, Adinolfo di Pontecorvo fondò la società dei Vendicosi: essa non aveva intendimenti diversi dalla nostra. I Beati Paoli discendono dai Vendicosi. I Beati Paoli sono vecchi di secoli. Qualche volta si addormentano; a un tratto, quando la misura è colma, si destano. Noi morremo e dopo di noi ne verranno altri, perché i deboli avranno sempre bisogno di chi li protegga, di chi li difenda”.

Non conoscevo questo romanzo, che mi ha subito incuriosita per l’ambientazione e per aver ricevuto sulle pagine di “Le Monde” la definizione di “quinto monumento storico della letteratura italiana contemporanea, dopo I Promessi SposiI ViceréIl nome della rosa e La Storia della Morante”. L’idea di fare un’incursione di milleduecento pagine nella Sicilia barocca dei magnifici palazzi nobiliari, in cui i potenti spadroneggiavano al di sopra della legge, o dei vicoli sporchi, bui e tortuosi di Palermo abitati da un’umanità stracciona e variopinta, mi è sembrata estremamente allettante e devo dire che il romanzo ha mantenuto tutte le più rosee aspettative.
I Beati Paoli. Grande romanzo storico siciliano di Luigi Natoli (originariamente pubblicato a puntate sul “Giornale di Sicilia” tra il maggio del 1909 e il gennaio del 1910) è davvero un’avvincente costruzione letteraria che riesce a coniugare sapientemente intreccio narrativo e ambientazione storica, con personaggi di fantasia che interagiscono con personaggi storici realmente esistiti nel corso degli eventi che hanno visto, tra la fine del XVII secolo e i primi vent’anni del XVIII, la Sicilia passare dal dominio degli Spagnoli ai Savoia e, in un breve lasso di tempo, essere oggetto nuovamente delle rivendicazioni della Spagna, avversata però dall’Impero asburgico.
Riallacciandosi agli Opuscoli palermitani, in cui per primo il marchese di Villabianca (1720-1802) aveva dato dignità storiografica alla setta dei Beati Paoli, giustificandone la nascita come reazione ai soprusi patiti dalla popolazione durante la dominazione normanna dell’isola, Luigi Natoli – (1857-1941) patriota e repubblicano fervente, insegnante, giornalista, studioso di storia – riesce a dare forma compiuta al mito di una società segreta a protezione degli oppressi che per via orale si tramandava da secoli. E grazie allo strepitoso successo del romanzo, la misteriosa setta dei Beati Paoli entrerà stabilmente nelle dicerie e nelle fantasticherie popolari come verità storica indiscussa, alimentando le aspirazioni di liberazione e riscatto che caratterizzeranno la cultura isolana in diverse fasi storiche fino all’Unità d’Italia e persino dopo. Continua a leggere

La casa delle bambole

Bambole“All’hotel alloggiavano ragazze molto diverse fra loro. Come facevano ad andare d’accordo? O non succedeva?”
“Santo cielo, no. Il Barbizon aveva un rigido sistema di classi. Al vertice c’erano le modelle, poi venivano le apprendiste redattrici di Mademoiselle e le altre che lavoravano nell’editoria. L’ultimo gradino era costituito dalle ragazze Gibbs”.
“E come mai?”
“Lo scopo era accalappiare un uomo prima possibile. Certo, ci vantavamo tutte di lavorare e di essere indipendenti. Ma quello che guadagnavamo era solo argent de poche. Erano i nostri genitori a pagare i conti finché non ci consegnavano al Principe Azzurro”.

Ormai è piuttosto evidente – immagino – quanto mi piacciono i libri che raccontano storie di donne alle prese con l’affermazione di sè a discapito del ruolo che la società e le convenzioni vorrebbero assegnare loro… E quella raccontata nel primo romanzo della giornalista americana Fiona Davis, La casa delle Bambole, è proprio una bella storia di indipendenza femminile, che prende spunto dalle vicende di un edificio che per decenni ha ospitato le ragazze che arrivavano a New York dalla provincia americana, in cerca della loro strada. Tra le sue inquiline ci sono state la poetessa Sylvia Plath, Grace Kelly, Liza Minnelli…
Costruito nel 1927, il Barbizon Hotel era un’accogliente e prestigiosa residenza, proprio nel cuore di Manhattan, dove le ragazze potevano abitare mentre frequentavano scuole professionali o tentavano la carriera di attrici o modelle. Per essere ammesse al Barbizon occorrevano tre lettere di referenza; nella struttura vigevano regole molto severe sull’abbigliamento e gli uomini erano ammessi solo nei locali al piano terra. In fondo, però, per la maggior parte di loro la ricerca di un lavoro era poco più che un pretesto in attesa che si presentasse l’occasione di una vita: l’uomo giusto da sposare, possibilmente di bell’aspetto, ricco e con una buona posizione.
Non è di quest’avviso Darby Mc Laughlin, che nel 1952 arriva a New York dall’Ohio per frequentare la scuola Katie Gibbs, dove avrebbero fatto di lei una perfetta segretaria. La prospettiva non è molto allettante per la ragazza – lettrice appassionata di Shakespeare, amerebbe lavorare nell’editoria – che cerca però di fare del suo meglio a scuola, durante le noiosissime lezioni di stenografia, dattilografia o conversazione telefonica, convinta dalla madre che diventare segretaria sia il massimo a cui possa aspirare. Di una cosa però Darby è sicura: non ha assolutamente intenzione di sposarsi e vuole essere indipendente. Continua a leggere

La scuola cattolica

scuola_cattolica“Questa storia si può dire che non importi a nessuno come che ci riguardi tutti: sono entrambe cose vere. A me per esempio non me ne importa più nulla, e non me ne è mai importato nulla, neanche allora, quando si svolse. E allora perché ne scrivi? Avrebbe ragione a chiedere qualcuno di voi. […] Perché ne so abbastanza e credo di sapere persino le cose che non so (a questo serve dopo tutto scrivere…). O forse perché, al contrario, non ne so, o non ne ho ancora abbastanza? Oppure perché è arrivato il momento di farlo, adesso o mai più? Se non ora quando? Andiamo, quarant’anni sono sufficienti per chiuderla lì. Scrivo infatti non per ricordarla, questa storia, ma perché sia sigillata e dimenticata per sempre. Almeno da me. La chiudo dentro questo libro come se la seppellissi. Amen”

Mi ha molto colpita, quando ho letto la prima recensione sull’ultimo romanzo di Albinati qualche mese fa, l’idea alla base del libro di legare l’esperienza di studente di un istituto cattolico romano tra la fine degli anni Sessanta e la metà dei Settanta al contesto culturale in cui ha avuto origine un crimine efferato come il Delitto del Circeo, compiuto da ragazzi che avevano frequentato appunto quello stesso istituto. Il fatto che anch’io abbia frequentato una scuola cattolica, certo in anni meno turbolenti, nello stesso quartiere in cui si trova il San Leone Magno di Albinati – e che anche la mia scuola fosse un ex collegio maschile – ha aumentato la mia curiosità.
Vista la mole, una lettura perfetta per le vacanze estive…

Non è solo un romanzo questo voluminoso libro, perché il racconto puro, che procede avanti e indietro lungo un arco temporale di quarant’anni, si alterna e intreccia con pagine di andamento più saggistico ma tutto si tiene insieme grazie alla voce in prima persona dell’autore, che mette in fila e filtra attraverso il proprio punto di vista esperienze personali, episodi di cronaca e resoconti giudiziari, ragionamenti sulla storia recente di Roma e del nostro Paese, quegli anni Settanta così complicati e controversi, funestati da morti e feriti, vittime dello scontro tra neofascisti e comunisti, polizia, studenti e lavoratori, anni di piombo, che videro l’avanzata del movimento femminista, nonché l’intreccio tra malavita e movimenti politici extraparlamentari.

È certamente per larghi tratti un romanzo di formazione, in cui l’autore rievoca gli anni della scuola, soprattutto il liceo, gli amici, i professori più buffi e nevrotici o quelli più significativi e stimolanti, i pomeriggi di studio, le uscite nel quartiere. Continua a leggere

Conte(r)rò rimpianti

Rimpianti“Quanti ricordi.
Una scia di ricordi.
D’improvviso uno squasso un cataclisma.
È il caos!
Tutto affiora… e so.
So come sarebbe stato.
So come avrebbe potuto.
Come sarebbe cresciuto.
Come lo avremmo mantenuto.
Come lo avremmo saziato.
Ora so. Oggi so
che ho, avrò e
conte(r)rò
soprattutto rimpianti”.

Confesso di non essere un’abituale frequentatrice di poesia ma fortunatamente, a volte, capita che i libri ci sorprendano: arrivano da percorsi inaspettati, ci “trovano”, aprendo strade nuove, inesplorate o poco battute, dentro e fuori di noi. È stato appunto il caso di questa raccolta di poesie – spero non me ne vorrà l’autore, se mi permetto di definire tali quelli che invece nell’Avvertenza ci invita a considerare semplici “Pensieri sparsi” – che alla prima lettura ha scatenato in me emozioni fino al pianto. Forse un momento di particolare fragilità. Forse, semplicemente, la forza delle parole quando riescono a toccare corde profonde e riportare alla luce ricordi che credevamo rimossi, stati d’animo e sensazioni apparentemente in quiescienza risvegliati da una voce che si rivela a se stessa e a noi lettori rompendo il ritmo regolare dell’abitudine, aprendo una breccia nel rumore della quotidianità, che ci impedisce in condizioni normali di ascoltarci in maniera autentica.
Passata la prima ondata emotiva, ho avuto modo di riprendere in mano le poesie, rileggerle e assaporarne più lentamente e pienamente l’intensità e allo stesso tempo la delicatezza, l’essenzialità dello stile asciutto, scarno, a tratti reso però più vivido dall’accumulo di aggettivi, verbi e sostantivi con cui l’autore ci restituisce in mille sfaccettature la complessità e contraddittorietà dei propri stati d’animo.
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Storia vera e terribile tra Sicilia e America

5373-3La scena cominciava a riempirsi di personaggi.
Così cominciai a fare delle ricerche su quella storia grottesca: cinque sfortunati siciliani ferocemente uccisi a diecimila chilometri dal loro paese a causa di una capra troppo rumorosa. Avevo voglia di sapere come erano finiti lì, ma anche di riabilitarli, o perlomeno di sentire anche la loro versione, anche se sono passati 115 anni e probabilmente il loro caso non interessa più nessuno“.

È un libro di storia che a tratti somiglia a un romanzo noir il saggio di Enrico Deaglio che ricostruisce la vicenda davvero terribile di cui sono stati protagonisti loro malgrado cinque siciliani emigrati negli Stati Uniti alla fine del XIX secolo.
La storia dei tre fratelli Defatta, del cognato Rosario Fiduccia e di un loro giovane compaesano, Giovanni Cirami, emigrati dalla Sicilia in Louisiana e qui rimasti vittime di linciaggio per un episodio piuttosto controverso e lacunoso, la sera del 20 luglio 1899, diventa occasione per raccontare il massiccio fenomeno migratorio dall’Italia meridionale verso il Sud degli Stati Uniti a partire dall’ultimo quarto del XIX secolo. Emigrazione favorita dai governi del giovane Regno d’Italia appena uscito dal Risorgimento e degli Stati Uniti reduci dalla guerra civile, interessati, il primo, ad alleggerire la pressione demografica nel Sud Italia trasformato in una polveriera da brigantaggio, manifestazioni e proteste dopo la delusione delle aspettative legate all’unificazione, il secondo, all’arrivo massiccio di nuova manodopera a basso costo da utilizzare nelle grandi piantagioni di cotone e canna da zucchero, dopo l’abolizione della schiavitù.
I siciliani in America prendono il posto dei neri che non vogliono più essere sfruttati; diventano i Dagos, gli underdogs, nuovi neri, perché appartenenti a una razza inferiore, una razza non completamente bianca ma corrotta da secoli di commistioni con invasori nordafricani, saraceni, a partire da Annibale (come dimostravano la pelle e i loro capelli, più scuri di quelli degli americani o degli immigrati irlandesi). Uomini forti e predisposti alla fatica ma, costituzionalmente, anche violenti e primitivi, per questo da sottomettere, tenere a freno con metodi repressivi.
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La saga dei Cazalet – Gli anni della leggerezza

anni-leggerezza_cazalet1-light-673x1024“Spostò lo sguardo su Louise, seduta di fronte a lei. Avevano trascorso un meraviglioso pomeriggio sulle loro brande a scambiarsi segreti, anche se molti dei suoi lei non li aveva confidati, e di certo nemmeno Louise. Ma comunque nulla di ciò che si erano dette poteva essere condiviso con la famiglia; di sicuro le loro madri ne sarebbero rimaste sconvolte perché, per assurdo che fosse, loro due erano considerate ancora bambine”.

Una volta presa confidenza con l’affollato albero genealogico della famiglia Cazalet e l’altrettanto articolato sistema dei domestici, ho letteralmente divorato questo bellissimo romanzo, assaporando avidamente le atmosfere, i caratteri, le ambientazioni.
Nel 1937, l’Europa è avviata verso un baratro, ma dall’Inghilterra Hitler sembra ancora una minaccia sfocata; i Cazalet non sono minimamente disposti a rinunciare alle loro abitudini e ai rituali sociali che l’autrice descrive con meticolosità e ricchezza di dettagli, rendendo vividamente la sensazione di un mondo splendido di opulenza, convenzioni imprescindibili, fiducia nelle proprie consolidate tradizioni secolari e nel proprio ruolo di paese egemone nella politica mondiale, che non si accorge di un abisso incombente sullo sfondo…
Con Gli anni della leggerezza Fazi inizia la pubblicazione in traduzione italiana del ciclo di cinque romanzi di Elizabeth Jane Howard che hanno venduto circa un milione di copie in Inghilterra tra il 1990 e il 2013.
La saga dei Cazalet, ricca famiglia di mercanti inglesi di legname dal solido orientamento conservatore, si apre con i protagonisti che stanno per raggiungere la residenza di campagna, dove, come ogni anno, trascorreranno le vacanze estive tutti insieme: il capostipite William e sua moglie Kitty – il Generale e la Duchessa – i loro figli Hugh, Edward e Rupert, con le rispettive mogli, Sybil, Villy e Zoe, e i loro figli.
Naturalmente la scrittura va a insinuarsi sotto le apparenze che vorrebbero restituire un’immagine di saldezza e felicità nella famiglia, per costruire invece un ritratto impietoso e sconfortante dell’istituzione matrimoniale: un abisso di ipocrisia, insoddisfazione, subalternità delle mogli ai desideri e alle aspettative dei mariti e alle regole sociali.
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